L’industria delle mostre

"Contro le mostre" di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione

di / 10 maggio 2018

Contro le mostre è un pamphlet scritto a quattro mani da Tomaso Montanari e Vincenzo Trione uscito nell’ottobre del 2017 nella collana Vele per Einaudi. «Nasce da un’urgenza quasi “politica”», così dichiarano i due autori nell’introduzione, quella di non chiudere gli occhi di fronte alla malversazione dell’organizzazione, della gestione e dell’ideazione delle mostre in Italia.

Prima di entrare nel merito del testo, corre l’obbligo per chi scrive di affermare che le intenzioni del libro sono sacrosante. È indispensabile che per la difesa del patrimonio culturale esistano posizioni come quelle sostenute dai due autori, il cui intento finale è quello di smascherare alcuni casi di mala gestione dei beni culturali e di porre attenzione sulla deregolazione e la leggerezza nella gestione del circuito delle mostre.

Il libro si compone di sei capitoli e gli interventi degli autori compaiono in ordine alternato, mentre introduzione e conclusioni sono scritte da entrambi. La diversità di stile tra i due è evidente, si passa dalla scrittura giornalistica e incalzante di Trione, che divide in brevi paragrafi i suoi capitoli, a quella più morbida e organica di Montanari, costruita intorno ad aneddoti più estesi. Questa non omogeneità alla lunga confonde e infastidisce nella lettura. Riguardo gli argomenti trattati, Trione è più centrato sul tema del pamphlet rispetto a Montanari che dedica parte delle sue invettive alle scelte politiche sbagliate degli ultimi governi.

Trione descrive tre tipologie di mostre: blockbuster, biennale e crossover e dichiara di volerne parlare perché ha avuto modo di curare almeno una mostra per ciascun genere. Nella nota che precede il testo afferma: «spesso dietro molte nostre opzioni e intenzioni interpretative si nascondono ragioni segrete, private». Se, quindi, da una parte c’è onestà nel dire che è naturale considerare accorto e positivo il proprio operato, magari una maggiore autocritica renderebbe meno difficile credere a tutti gli esempi negativi usati per contraltare. Sono forse troppi gli exempla addotti da Trione a supporto delle tesi relative il distorto utilizzo delle gallerie e dei musei, sui giochi d’interesse e la scarsa qualità dietro l’ideazione delle mostre. Gli innumerevoli casi di cui Trione parla distraggono il lettore dal tema centrale tendendo a una pericolosa “vertigine della lista”.

Fuori luogo è anche l’uso eccessivo delle citazioni per corroborare le proprie tesi, soprattutto nel primo capitolo, quello dedicato alla business art. Trione usa le parole di Jean Clair, Theodor Adorno, Roberto Longhi, Federico Zeri, Cesare Brandi, Eric Hobsbawm, e altri mostri sacri della storiografia e della storia dell’arte che si sono pronunciati sulla degenerazione della missione civile delle mostre, che risulta dunque in crisi da almeno un centinaio di anni. Affidando a personalità così differenti le affermazioni riguardo un tema circostanziato, il messaggio dell’autore ne esce depotenziato.

I capitoli scritti da Montanari sono meglio costruiti dal punto di vista dell’organicità dell’esposizione e sono quindi più coinvolgenti. Lo storico dell’arte racconta di gravi danni a opere d’arte utilizzate in mostre il cui solo scopo è quello di richiamare visitatori attratti dai soliti grandi artisti o da movimenti divenuti popolari, senza che vi sia una vera ricerca o un’esigenza di studio nell’ideazione. Montanari cita Gramsci e Calamandrei laddove descrive il patrimonio in relazione alla sua territorialità e le sue infinite e complesse particolarità. Insiste nella difesa dell’articolo 9 della Costituzione e tuona contro la demagogia nascosta dietro la sbandierata democratizzazione della cultura, che si riduce a uno scadimento della proposta culturale. Montanari, poi, fa la voce grossa contro le aberrazioni di un sistema ministeriale che dovrebbe orientarsi verso una statalizzazione di tutte le funzioni legate ai beni culturali in vece di una sempre più evidente devoluzione. Cita come esempi virtuosi alcuni sistemi ibridi dove la valorizzazione o la promozione vengono affidate ad associazioni di volontari che entrano a vario titolo nel sistema cultura. Queste associazioni avrebbero il merito di essere radicate nel territorio e quindi più adatte alla promozione di quel patrimonio delocalizzato lasciato in ombra dall’amministrazione centrale. Il rischio è che anche queste formazioni miste non sempre si innestino o nascano in modo trasparente, proprio perché demandate a terzi su territori locali. Insomma, chi è il giudice di questi sistemi extra istituzionali? Chi ne garantisce la virtuosità? Sembra che Montanari si consideri il solo capace di discernere tra bene e male, ma la sua è una posizione politica ben precisa ed è compito arduo analizzare questo testo senza essere influenzati dal pensiero tout court dello storico dell’arte e dalle sue innumerevoli lotte politiche, alcune delle quali, condivisibili.

Il libro si conclude con il racconto della mostra: Banksy & Co. L’arte allo stato urbano e delle reazioni che ha provocato tra artisti, cittadini e intellettuali. I due autori usano la street art come esempio di cultura «straordinariamente carico di futuro. E diametralmente opposto a quello sviluppato dall’industria delle mostre», dove «i writers continuano a pensare che la loro arte civile e pubblica valga più del mercato, dell’industria culturale, e del loro stesso egotismo».

Il messaggio a cui affidano le conclusioni di questo pamphlet suona retorico e ingenuo, un finale di speranza verso una forma d’arte che sarebbe “più pulita” rispetto alle altre e che, pur di essere coerente, è capace di smarcarsi autonomamente da un sistema sempre più corrotto.

Si conclude così un testo interessante che aiuta a riflettere sulle aberrazioni delle mostre nate negli ultimi decenni, a tenere alta la guardia sulla ricerca di qualità culturale e a difendere il patrimonio da politiche inadeguate e dall’ingerenza dei privati con i loro interessi. Un testo che ha il limite di essere a sua volta un testo “politico” non solo nel senso più alto del termine ma, purtroppo, anche nell’accezione di uno scritto frutto di un situazionismo.

 

(Tomaso Montanari – Vincenzo Trione, Contro le mostre, Einaudi, 2017, pp. 184, € 12.00)
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LA CRITICA

Un pamphlet che vorrebbe essere un testo di riferimento sull’argomento, ma soffre un po’ il peso della personalità dei due autori.

VOTO

7,5/10

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