Brevi considerazioni su Thom Yorke

28 maggio 2018, Firenze

di / 6 giugno 2018

Firenze, Via Ghibellina, Teatro Verdi. La sala non è ancora piena. Sul palco sale Oliver Coates. Producer e viloncellista inglese. Alterna techno e violoncello. Una combinazione straniante, che fa mutare costantemente la sensazione di cosa si sta guardando. Dalla totale indifferenza alle morse al cuore. Nonostante alcuni momenti di stanca – estremamente algidi, quasi noiosi – la convinzione è quella di trovarsi nell’anticamera giusta di quello che poi succederà. Coates riesce a fare il suo, riesce a essere ciò che deve essere.

La sala inizia a riempirsi. I palchi sono quasi tutti occupati, in platea c’è ancora qualche posto vuoto. Con qualche minuto di ritardo, si spengono le luci. Il teatro è pieno. Arriva Thom Yorke insieme a Nigel Godrich e Tarik Barri. I primi due dietro le consolle, centralissimi, il terzo leggermente defilato a disegnare al computer le immagini che verranno proiettate sui cinque pannelli alle spalle dei due Radiohead. Di Thom Yorke e Firenze, della passione della moglie Rachel Owen, deceduta due anni fa, studiosa di Dante, si sa tutto e se ne è parlato molto: anche questa volta non si può non constatare che sia vero. Firenze per Thom Yorke è qualcosa che trascende la performance artistica. Da sempre stato palcoscenico di grandi concerti (leggendaria quella dell’8 luglio 2003, non ultima quella dello scorso anno), questa volta accoglie il leader dei Radiohead nel suo Teatro Verdi, poco più di 1500 posti.

Da 50000 spettatori a 1500 in un anno. Thom Yorke riesce sempre a trovare la chiave interpretativa per riuscire a essere intenso indifferentemente dal contesto in cui si trova.
Tomorrow’s Modern Boxes, ultimo album solista, è del 2014. Da ascoltare durante viaggi notturni in metropolitane di megalopoli che verranno, riesce a sposarsi completamente con l’atmosfera ottocentesca di un teatro. In questo contrasto gran parte del fascino del concerto, un futuro e un passato che si congiungono in un presente che non è né l’uno né l’altro.
The Eraser, del 2006, un’era geologica fa, riarrangiato oggi, non stona. Anzi. In più, diversi brani inediti portati in giro per il mondo da tre anni e che fanno pensare a un possibile terzo Ep.
I progetti solisti di Thom Yorke – in forma leggermente diversa, gli Atoms For Peace – sono l’escamotage grazie al quale è riuscito a tirare avanti i Radiohead, cambiandoli senza snaturarli. Nel suo staccarsi temporaneamente dai Radiohead, è stato in grado di alimentarli, di ridargli vita. Un divertimento, ma una necessità. La funzione rigeneratrice che hanno le fughe dal pop rock, da ricordare ad esempio le vacanze con Flying Lotus del 2011, snodo della sua carriera e della sua concezione estetico/artistica (discorso analogo lo si potrebbe fare per Jonny Greenwood e le sue composizioni), sono fondamentali per quello che saranno (e comunque sono stati), in ottica futura, i Radiohead.

Elettronica. Radiohead. Kid A. Quando si dice che Kid A è un album elettronico, non si ha bene in mente cosa sia Kid A. Quello che sta facendo da solista oggi, il concerto nello specifico, può essere descritto come elettronica. La dicitura Kid A è la svolta elettronica dei Radiohead è sempre stata forzata; sarebbe più onesto parlarne di un modo per distinguere storicamente una fase del rock che stava finendo: il 2001 come nuovo inizio, nuova epoca del rock. Ma non di musica elettronica.

E lo testimonia quello che è successo dalle prime note di “Interference” fino all’ultima di “Default”: Yorke e Godrich rendono il Teatro Verdi un club di Berlino, un rave borghese.

Si inizia con calma: “Interference” vede Yorke al piano. La scelta di farne il pezzo d’aperura ricorda molto quella di “Daydreaming” dell’ultimo tour dei Radiohead. “Brain in a Bottle”, singolo di Tomorrow’s Modern Boxes, e “Impossibile Nots”, inedito, ci prefigurano il modo in cui si svilupperò il concerto – Yorke e Godrich iniziano a dare del loro meglio dietro le macchine. Con “Black Swan” e “The Clock” si ritorna a The Eraser, che sembra non essere invecchiato per nulla. Da “Not the News” a “Nose Grows Some”, è un alternarsi dell’ultimo Thom Yorke e quello che sarà. Contemporaneamente, Tarik Barri continua a disegnare immagini che regalano un’ulteriore dimensione a ciò a cui stiamo assistendo . Per quanto durante i concerti dei Radiohead, l’aspetto visivo ha sempre avuto una funzione importante, qui si trasforma in parte fondamentale: senza questo, gli sforzi di Yorke e Godrich non avrebbero modo di risultare così reali. C’è una precisa dipendenza: senza l’uno l’altro si svuota di significato, e viceversa. Il concerto si sviluppa parallelamente su questi due binari.

Con “Cymbal Rush” gli unici problemi della serata: salta qualcosa, Yorke si innervosisce, se la prende forse con Godrich, forse con i fonici, smette di suonare: ricorda certe sue uscite isteriche di qualche anno fa. Se non fossero nel tempo diventate folklore, potrebbero anche infastidire.
I tre escono dal palco. Pochi minuti e sono di nuovo a suonare. Yorke si scusa dicendo che il tour è appena iniziato: l’encore si apre con “The Axe”, esordio assoluto dal vivo, e si chiude con “Atoms for Peace” e “Default”. Dopo il crescendo di quest’ultima, Yorke saluta tutti in italiano con un Grazie e un Ciao.

Non un concerto rock, non un concerto pop, non un concerto propriamente elettronico: Thom Yorke si conferma, per carisma e statuto, paladino della loro fusione: un’ulteriore interpretazione della musica contemporanea di uno dei più grandi artisti degli ultimi venticinque anni.

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