Che Dio ce la mandi buona

“La Trinità bantu” di Max Lobe

di / 13 giugno 2018

Copertina di “La Trinità bantu” di Max Lobe

Quando le cose si mettono davvero male non resta che rivolgersi alla Trinità bantu: c’è Nzambé, Dio Padre, Élôlombi, «Dio degli spiriti che planano sulle nostre anime», e i Bankóko, «gli antenati che vegliano sulle nostre vite ed esaudiscono i nostri desideri più profondi». Basta pregarli, e loro una mano te la danno sempre, ripete mamma Monga Míngá al figlio Mwána, che ne asseconda la devozione con distratta accondiscendenza. Mwána Matatizo vendeva cosmetici sbiancanti porta a porta per conto della Nkamba African Beauty ma da un giorno all’altro è stato licenziato; vive con Ruedi, studente e figlio di banchieri, orgoglioso di non essere mantenuto dai genitori ma totalmente disinteressato a trovarsi un lavoro; fa un tirocinio nella Ong della combattivissima signora Bauer, rivoluzionaria di vecchio stampo, ma lo stipendio basta appena per pagare le fatture arretrate; gravita tra le file dell’ufficio disoccupazione, degli aiuti sociali e delle distribuzioni alimentari delle associazioni di beneficienza. Eppure si è laureato alla prestigiosa Università di Ginevra! Tiene una foto della cerimonia di fine master nel cassetto, ma la valanga di lettere di rifiuto dei datori di lavoro l’ha ormai seppellita. Come se non bastasse Monga Míngá è costretta a volare in Elvezia dal Bantuland per curare un brutto cancro, e Mwána ormai piange spesso, mentre lo stomaco gorgoglia per il costante appetito.

L’occorrente per una storia dagli eccessi lacrimosi c’è tutto in La Trinità bantu (66thand2nd, 2017), eppure Max Lobe riesce a evitarne magistralmente il rischio. Il tono della narrazione si mantiene tragicomico senza però cadere nel sarcasmo, e le priorità di Mwána sanno essere immancabilmente frivole, come al primo versamento dei sussidi statali: «Basta Pacchetti del Cuore. Basta lenticchie. Basta miseria. Possiamo finalmente provare a vivere come tutti. Sto perfino pensando di comprarmi un nuovo paio di scarpe. Mi prenderò delle Louboutin oggi pomeriggio».

Ogni personaggio agisce con una punta di ipocrisia che aiuta a evitarne l’idealizzazione e diverte per le considerazioni inopportune, l’omofobia più o meno celata, il razzismo latente, le lodi al maschilismo. La signora Bauer, che nonostante stia dalla parte degli oppressi mantiene «in fondo in fondo, una patina di borghesia di cui vorrebbe tanto sbarazzarsi», la sorella Kosambela, che si dispera per non avere come marito un uomo vero, ma una mezza calzetta che piange mentre le dice di amarla e si occupa delle faccende casalinghe, le suore manager della clinica in cui è ricoverata Monga Míngá, che boicottano l’addio al celibato dell’oncologo perché si sposa con un uomo, sono tutti attori di una trama politicamente scorretta e per questo così seducente.

La scelta di ambientare le azioni tra due paesi non del tutto reali, l’Elvezia e il Bantuland, aiuta a condensare in modelli unici il Nord e il Sud del mondo e i luoghi comuni che li contraddistinguono. L’Elvezia è l’antico nome della Svizzera e di questa mantiene alcune caratteristiche, come i cantoni, il multilinguismo, lo status di meta migratoria, ma contrariamente allo stereotipo sui servizi pubblici impeccabili qui la gente è frustata per la disoccupazione e i bus arrivano in ritardo. Il Bantuland è uno stato africano, anch’esso multilingue, dove in tanti sognano l’Europa e la ricerca di lavoro è impresa ardua, con un governo militare e un’amministrazione corrotta che si trascina sin dalla partenza dei colonialisti. Coincidenza vuole che questi due stati così distanti celebrino la festa nazionale nello stesso giorno, e, sebbene apparentemente senza nulla in comune, nemmeno i bantu e gli elvezi siano poi parenti tanto lontani.

Con uno stile che ricorda Mabanckou – eppure non si riduce a omaggiarlo, trovando una sua perfetta autonomia nel raccontare – La Trinità bantu è un ottimo romanzo per riflettere su temi caldi senza pesantezza, e ricorda al lettore che, quando tutto sembra disperato, si può sempre provare a fare un fischio alla Provvidenza.

 

(Max Lobe, La Trinità bantu, trad. di Sándor Marazza, 66thand2nd, pp. 180, euro 15)
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LA CRITICA

Tra incomprensioni relazionali, ipocrisie buoniste e intolleranze quasi comiche, un ritratto lucido delle storie di migrazione, dei rapporti di amore e della società multiculturale

VOTO

8/10

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“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

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