La borghesia esitante

Simone Lisi, “Un’altra cena”

di / 13 agosto 2018

Nel suo romanzo di debutto Un’altra cena. O di come finiscono le cose (effequ, 2018), Simone Lisi ha scelto di raccontare la storia di un indeciso: Doriano Scuri, 32 anni, con un lavoro part time alle poste e un secondo impiego come sottotitolatore di serie televisive, è un uomo esitante e confuso, deluso dalla vita e incapace di cambiarne la forma. Ma, come ci ha insegnato Kant, forma e sostanza coincidono, tanto da permettere all’autore di scorgere nella fisionomia dei luoghi e delle circostanze la fragilità degli uomini. Una cena tra due coppie di trentenni (Livia e Doriano, i padroni di casa; Maddalena e Andreas, gli ospiti) è solo un alibi, una scappatoia rapida per svelare il vuoto di una generazione, ormai vittima e carnefice di sé stessa.

La nuova borghesia ha i tratti esitanti del precariato, dei lavori fittizi e malpagati, incapaci di restituire un’identità certa ai suoi figli. L’universo privato della coppia è soffocato dalle mura di una casa che a volte è un rifugio sicuro, altre volte una prigione da cui si possono spiare le vite altrui, o sognare altri scenari.

Le azioni quotidiane diventano involontarie ripetizioni di un vuoto interiore, talmente esteso e tenace da non essere neppure più colpevolizzato. Come ci ha mostrato il regista Claude Sautet, l’indecisione non ha sempre la forma del caso, ma talvolta assume i tratti di una volontà ostinata: «c’è un’intera parte di te a cui piacerebbe cambiare», dice Livia al protagonista in un raro attimo di consapevolezza, ma l’immobilità dei personaggi è avvelenata da un’etica inconsistente, che vede nella libertà effimera e astratta il fondamento stesso dell’esistenza.

Una cena tra amici in cui il cibo è pressoché assente, quasi mai nominato, se non per sottolinearne pigramente i difetti o la meccanica preparazione: nel piccolo appartamento non c’è traccia del desiderio, della convivialità, del gusto. Anche le donne sono presenze mancate: non sono compagne, amiche o amanti, ma ancore a cui aggrapparsi per fuggire dalle scelte, figure intangibili, che vagano seminude nelle stanze, per diventare all’occorrenza corpi ossessivamente curati («Liscio i capelli come vuole il Capitale. Più sono lisci e più lui è contento») o proiezioni di una sessualità maschile aspra, che sovrappone la femminilità alla retorica della figura materna. Altre volte assumono la forma di conniventi discrete, in grado di placare le inquietudini dei loro uomini con rassicurazioni bisbigliate in camera da letto,  prima di dormire.

Non esiste neppure il piacere della parola: i dialoghi sono solo la traduzione di pensieri, emozioni e ricordi, come in un flusso incontrollato (che a volte sconfina nel non senso), ansioso di rendere visibile l’inconscio. Ma a spaventare non è ciò che alberga nella parte più oscura dell’anima, bensì l’assenza di profondità: gli intenti rivoluzionari raccontati e mai concretizzati, i fallimenti evidenti, le false scelte mascherate da infinite possibilità.

L’insostenibile leggerezza della borghesia ha perso la geometrica consapevolezza che tanto fascino esercitava su di noi fin dai tempi di Buñuel, per lasciare spazio a un caos emotivo e identitario.  La coppia, da sempre microcosmo privilegiato di passioni e crudeltà, come ci ha descritto Paula Fox, è diventata solo l’ombra di affettività esitanti e disemozioni.

L’impermanenza delle cose, richiamata già dal titolo, è solo evocata, come una presenza di cui, però, non riusciamo a scorgere i segni ostensivi: la fine è vicina, eppure non se ne avverte la tragedia, troppo immersi nelle parole egotiche che, in questo libro, sovrastano qualunque azione. Non basta parlarne: il dolore necessita sempre di un atto preciso, in grado di interrompere l’incessante mormorio del nulla.

 

 

(Simone Lisi, Un’altra cena, effequ, 2018, pp. 172, € 12.00)
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LA CRITICA

L’insostenibile leggerezza della borghesia ha perso la geometrica consapevolezza che tanto fascino esercitava su di noi fin dai tempi di Buñuel, per lasciare spazio a un caos emotivo e identitario.

VOTO

7/10

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“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

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