Una passeggiata di quarant’anni attraverso l’Argentina

“Storia di Roque Rey” di Ricardo Romero

di / 5 ottobre 2018

La Storia di Roque Rey di Ricardo Romero (Fazi editore, 2017) è una storia che inizia da lontano e che sembra non finire mai. Ha radici distanti nel tempo e nello spazio, inizia con Roque bambino e con la sua scelta improvvisa di rubare le scarpe allo zio appena defunto e andarsene con quelle in giro per il mondo, abbandonando istintivamente quello che sa non riuscirebbe a renderlo ciò che invece è – il paesino di provincia, la zia rimasta sola e mai amata, la tradizione, la mediocrità.

Un giro per un mondo che si riduce alla sola immensa Argentina, che nelle peregrinazioni del ragazzo si espande e rallenta sulla base degli incontri fatti per strade mai calpestate. Sono incontri di una notte, di qualche mese, di tutta la vita, che Roque si porta dietro o che sembra dimenticare all’incontro successivo, che non lo abbandonano mai sul serio, senza che lui se ne accorga.

Non lo lasceranno le confessioni del prete parricida con cui si trova a percorrere i primi giorni dopo la partenza. Il prete sparisce, ma le lettere in cui affida alla madre le proprie colpe restano sempre con Roque, gli pesano nelle tasche per gli anni successivi, fungono da monito o da mero ricordo di qualcosa di non compreso. Rimarranno sempre con lui i fantasmi – Los espectros – dei musicisti con cui attraversa un pezzo di Paese e un pezzo delle storie di ciascuno. In un ballo sconosciuto che sembra infinito, Roque impara a cos’altro possono servire quelle scarpe rubate, che anno dopo anno gli calzano sempre meglio. Fino a stargli strette e a spingerlo nelle scarpe e nella vita – attraverso la morte – di qualcun altro. Senza pietismo né luoghi comuni, senza neanche una eccessiva tristezza, Romero racconta di Roque inserviente in un obitorio, di un uomo che impara a indossare le scarpe dei morti e delle vite che scorge per riviverle al loro posto.

«Roque non credeva alla propria fortuna. Il suo salario sarebbe diminuito drasticamente, ma che altro poteva chiedere se non la possibilità di avere accesso ovunque, nelle ore in cui non c’era nessuno, per organizzare un mondo dove i vivi non erano che fantasmi che avevano lasciato orme, posacenere sporchi, cesti pieni di cartastraccia, panini mezzo sbocconcellati abbandonati sopra schedari, tazze sporche con macchie di rossetto e resti fangosi di caffè freddo. Tutti sarebbero diventati dei fantasmi per lui e lui sarebbe diventato un fantasma per gli altri».

In un cammino perpetuo che ha tutti i suoni e i colori e le luci del realismo onirico sudamericano, l’autore – originario del Paranà – crea un personaggio dalla solitudine imperfetta, un uomo che cresce solo e contemporaneamente in mezzo alla gente – gente che continua ad incrociare, gente che non c’è più, troppe donne di troppe età diverse con cui si trova a convivere – che pratica il rito del distacco e della separazione anche da se stesso, che riesce a prendere decisioni solo in momenti che non esistono, che cammina sempre con le stesse scarpe che non gli appartengono, che si trova a coltivare troppe vite che restano in fondo solo la sua.

 

 

(Ricardo Romero, Storia di Roque Rey, trad. di Vittoria Martinetto, Fazi editore, pp. 526, euro 18,50)
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LA CRITICA

Un viaggio perpetuo attraverso fantasmi vivi o sconosciuti, sulle spalle un bagaglio di solitudine e assenza e ai piedi un solo paio di scarpe.

VOTO

7/10

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“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

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