Kerouac contro tutti

Goodbye american romance

di / 29 ottobre 2018

Credo che sia giusto concludere questa serie di articoli sull’isolamento del romantico americano con la frattura più significativa della storia letteraria degli Stati Uniti del Novecento: il processo per oscenità ai danni della casa editrice City Lights nella persona di Lawrence Ferlinghetti, a causa della ristampa del poema Howl di Allen Ginsberg. Potremmo tornare indietro al 1955, sostenendo che una tale frattura sia cominciata con la lettura pubblica di Ginsberg alla Six Gallery di San Francisco, ma sarebbe probabilmente una tesi romanzata. Chiariamoci: il movimento Beat era nato da un bel pezzo e non era neppure nuovo alle pubblicazioni. E nemmeno a episodi processuali ben più gravosi per l’opinione pubblica, come l’omicidio di David Kammerer perpetuato dal giovane Lucien Carr; peccato originale che tocca l’intero gruppo primigenio della Beat Generation. Eppure, quel processo significò per ognuno di loro il lancio ufficiale nella grande editoria. Chiariamoci meglio: la City Lights non era certo allora alla pari di una Scribner. Voglio dire che, in seguito all’assoluzione di Ferlinghetti, non solamente si ottenne una vittoria simbolica (e concreta) dal punto di vista sociale; ma seguirono anche degli articoli su papers come il “Time”, “Life” ed “Evergreen”.

Qualcosa a dire il vero si era già mossa: nel 1956 ci fu una replica della lettura di Howl, questa volta in un teatro di Berkeley. Il New York Times mandò a fare un sopralluogo Richard Eberhart che dopo essersi trovato davanti a un pubblico delirante, firmò un emozionato articolo intitolato West Coast Rhythms dove affermava che quello dell’esordiente Ginsberg fosse «il miglior poema del giovane gruppo». Torniamo ora alla vicenda della pubblicazione di Howl: Ferlinghetti sapeva di avere tra le mani un testo pericoloso, così cercò uno stratagemma; il libro infatti fu stampato dapprima in Inghilterra presso l’editore Villiers, per poi essere spacciato dalla City Lights come una qualunque ristampa. Sottolineo questo perché non voglio affatto sostenere che Ferlinghetti avesse previsto il processo, o meglio le conseguenze mediatiche che seguirono l’assoluzione; dal punto di vista commerciale insomma quel grande successo arrivò per caso, non tanto per l’epoca, quanto per la piccola forza della casa editrice.

E allora che cosa ha a che fare la Beat Generation con il romanticismo americano? Ora possiamo una volta per tutte fare davvero un salto indietro nel tempo. Abbiamo evidenziato come il dato principale del romanticismo di stampo americano fosse quello del trasformare la scrittura in una professione e, in secondo luogo, l’idealizzazione della propria biografia come struttura narrativa portante dell’idea stessa del fare letteratura. Tutto questo viene troncato dalla Beat Generation, che porterà poi a una rottura storica ben più importante quale i movimenti del ’68. E viene troncato perché la Beat Generation ha essenzialmente due anime: una, che potremmo definire spirituale, nasce già alla Columbia University con la teorizzazione della New Vision di Lucien Carr. Per sbrigarcela, basterà dire che dove viene ripresa la poesia di Rimbaud, va da sé il rifiuto in nuce di ogni idealismo. L’altra, che invece potremmo definire formale, viene teorizzata da Jack Kerouac: «Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio» scrive in apertura alla raccolta Mexico City Blues (1959). Dare vita cioè a una nuova forma di scrittura, che abbia il marchio indelebile della musicalità jazz.

Queste due anime vengono poi a coincidere: Kerouac e Ginsberg ritenevano che porre le basi per una simile ritmicità della scrittura potesse liberare l’inconscio, portare il narratore cioè a un grado di sincerità estrema. Ma Ginsberg non scrisse Howl in un giorno; il poema fu anzi veduto e riveduto più volte. A ogni modo, la maggior parte di loro seguì questa via… quasi tutti, eccetto che uno: Jack Kerouac. Per lui le cose andarono molto diversamente. Mi sono già occupato di On the Road in un articolo precedente, ciò che però mi preme sottolineare, riprendendo qui quel romanzo che al pari di Howl segnò la popolarità della Beat Generation, è che nel gruppo Kerouac è quello che rimane indietro. Jack Kerouac era in via definitiva un romantico.

A differenza degli altri, Kerouac cercò dapprima di pubblicare con un grande editore. E non scelse di certo a caso: quando propose a Scribner (protagonista della letteratura romantica americana) il romanzo La città e la metropoli ottenne un rifiuto, per pubblicarlo in un secondo tentativo con la Harcourt Brace. Seppure questa potrebbe sembrare una tesi insufficiente, On the Road dissiperà ogni dubbio: ci troviamo di fronte al biografismo, ma a un biografismo idealizzato, romantico appunto. Il Keoruac maturo (se mai ci sarà) rinnegherà a più riprese quel testo, divenuto il manifesto della Beat Generation: il motivo è che On the Road è una storia di idealismo, una speciale forma di idealismo che ha anche un nome e un cognome: Neal Cassady (in arte, Dean Moriarty). Ancora: l’intera esperienza biografica di Kerouac (per cui rimando all’articolo citato sopra) fa dello scrittore il fallimento personificato dell’esperienza beat. E però ne fa anche, a mio avviso, il lato più umano. Si ripete cioè per Kerouac ciò che già era successo al romanticismo europeo: se Ginsberg è il Rimbaud americano, il primo invece pare più simile a Verlaine. Come lui, Kerouac rimane intrappolato tra una più alta teoria del sentire e il proprio sentire personale, non riesce cioè a raccontare dalla cima della montagna, ma dalle pendici, senza mai riuscire a scalarla. Chiariamoci (e prometto che è l’ultima volta che abuserò di questo orribile termine): il romanticismo americano non termina a tutti gli effetti con l’ascesa editoriale della Beat Generation, basti pensare alla scrittura di Buwkoski. C’è tuttavia l’innegabile ruolo di cesura che la Beat Generation ha per la letteratura statunitense, uno scossone tanto più forte nel momento in cui si propone al tempo stesso nella forma più naturale della chiusura di un anello che comincia a partire dalla tradizione e dalla poesia di Walt Whitman. Ecco, Kerouac non è altro che il dito, un dito troppo gonfio per entrare in quell’anello, il bambino che affronta la montagna come fosse uno scivolo, ma che poi non riuscendo a scalarla, si gode la scivolata ribaltandosi.

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