Il prossimo album dei Muse sarà sempre il peggiore

"Simulation Theory", il nuovo album della band di Matthew Bellamy

di / 14 novembre 2018

L’adagio per cui i Muse agli inizi della loro carriera siano stati un gruppo promettente, molto più che promettente, un gruppo che avrebbe potuto/dovuto segnare gli albori del ventunesimo secolo del rock alternativo, vale ancora. Certo. Ma con il passare degli anni suona sempre più triste e ridicolo. Un’agonia che si prospetta non finire a breve, visto il successo commerciale e la giovane età dei tre inglesi. Perché i Muse sono chiaramente morti nel 2003 con Absolution e, oramai, sono dodici anni di abomini musicali e indecenza: merce. Ogni volta, a ogni loro nuova uscita, l’interesse si sposta dall’album in sé a dove i Muse questa volta riusciranno ad arrivare, quali altre soluzioni troveranno per accattivarsi altro pubblico, verso quali crinali del mercato si dirigeranno, a quali altri compromessi scenderanno questa volta. Ci sono ancora compromessi a cui possano scendere? Simulation Theory è, a oggi, il punto più basso della loro carriera.

La questione è esclusivamente economica? O, domanda ingenua, si può in qualche modo perdere quella magia? Come si fa a passare da quella miscela di rock, synth e classica che si spalancava sul nuovo millennio di “Bliss” a “Get Up And Fight”, forse neanche buona come colonna sonora scritta dai Sum 41 per una serie tv adolescenziale minore? Perché i Muse con Simulation Theory sono riusciti nell’azione eroica di riscrivere la propria storia, in negativo: un’impresa. Dalla copertina Vintage-Terminator all’ultima nota dell’album, non c’è nulla che non suoni finto, falso, ipocrita. Bellamy, che a inizio 2000 aveva lo statuto per ricevere il testimone da Jeff Buckley, da Black Holes & Revelations, ha avuto la capacità di trasformare in sporcizia ogni cosa che abbia suonato e cantato.

Quest’ultima creatura amorfa del trio del Dovon è un inno al nulla. Non c’è la minima traccia di qualcosa che possa essere anche solo immaginata come arte: ha la stessa valenza che potrebbe avere un’interpretazione musicale di un catalogo IKEA. Bellamy e compagni sono delle macchine da profitto, un modo per appagare il proprio ipotetico pubblico, un dare per avere un tornaconto. Sono un’azienda, sono ogni difetto di un’azienda.

Simulation Theory spazia senza logica da tentativi di dubstep e rock alla neoclassica; ci sono i falsetti ridondanti di Bellamy, melodie battute e ribattute, nessuna nuova soluzione, niente che possa farti pensare a qualcosa di nuovo, men che meno qualcosa che possa, non farti addirittura sobbalzare dalla sedia, ma almeno sgranchire le gambe; sai quando Bellamy sparerà la voce in alto, quando e come salirà di un’ottava, gli arpeggi – sempre quelli – messi lì come contorno per ricordare che Bellamy sa suonare il piano; i cori che sono dei latrati di cani in mondi disabitati, tentativi di appoggiarsi ai Queen con risultati pietosi (raccapricciante anche il tentativo di princeizzazione di Bellamy in “Propaganda”, la quale, poi, si divincola in un passaggio no sense di chitarra alla Beck a metà tra “Nausea” e “Loser” ). Simulation Theory ti fa rivalutare gli ultimi U2, ti fa dare altre chance a Chris Martin.

Aprendosi palesemente al mainstream più becero con “Starlight”, si percepisce qua e là il loro tentativo a inserire brani che dovrebbero funzionare come contraltari alternativi nei propri lavori – ma che risultano sghembi, inquietanti, malsani e odiosi: è il caso oggi di “Algorithm”, unico episodio che meriterebbe un po’ di attenzione, ma che si risolve nel nulla, una lontanissima reminiscenza di quello che erano, un giochetto per piacere e niente di più.

I testi hanno sempre il proprio orizzonte politico/distopico: il rapporto con il potere, i soprusi, le ribellioni, le non ribellioni, la propaganda. Bellamy affronta tematiche complessissime con lo stesso spirito con cui un adolescente prova a riscrivere una cosa alla Orwell dopo aver letto un paio di pagine di 1984. La superficialità con cui riesce ad affrontare ogni aspetto di una canzone è la cifra di cosa sono i Muse.

Capita, quindi, di pensare che il trittico Showbiz, Origin of Symmetry, Absolution sia stato un enorme errore. Probabilmente i Muse non sono morti dopo il 2003, ma sono nati: di fatto, sono molto più “Pressure” che “Stockholm Syndrome”.

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LA CRITICA

Simulation Theory è l’ennesima conferma che i Muse sono, oramai, un gruppo allo sbando. Era difficile fare peggio di Drones, ma sono riusciti nell’impresa.

VOTO

2/10

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