L’uomo al centro

Bompiani ripubblica “La condizione umana” di André Malraux

di / 21 dicembre 2018

Foto di André Malraux

È possibile inventare la vita? Abbellirla, renderla più interessante, strapparle di dosso quel velo di straziante orrore e trasformarla in qualcosa di tollerabile? È possibile costruire la propria identità al punto da diventarne vittima? Accade di rado che qualcuno lo faccia perché il prezzo da pagare è quasi sempre troppo alto. André Malraux è uno di quei pochi a esserci riuscito. Era solo un ragazzino quando fu rifiutato dal liceo Condorcet: un colpo al cuore, l’ennesimo, per lui che abitava al primo piano di un palazzo, in un sobborgo a una decina di chilometri da Parigi. Dalla finestra di quella casa vide suo padre andarsene per rifarsi una vita, altrove, lontano da lui e da sua madre. Era un finale già scritto, visti i tradimenti che si susseguivano con maniacale regolarità. Anche per questo l’infanzia gli è sempre apparsa come qualcosa di terribile, un luogo doloroso e insignificante da cui prendere le distanze, come racconta Olivier Todd in Une vie, biografia dedicata allo scrittore francese pubblicata qualche anno fa. La rabbia per la vita che gli era toccata in sorte gli si leggeva in corpo, pieno di tic, di scatti e perennemente avvolto dal fumo nervoso di una sigaretta. Da grande, anche quando divenne famoso, fece di tutto per disperdere le tracce di quella gioventù tanto odiata, di quelle origini mediocri e lontane dall’immagine che aveva di sé. Perché Malraux sapeva bene che la vita non è mai degna di essere vissuta: esistono condizioni umane intollerabili, che comprendono il senso profondo dell’esistenza, al punto da non aver neppure paura della morte.

E proprio di questo parlerà nel suo romanzo più famoso La condizione umana, riproposto ora da Bompiani con la traduzione di Stefania Ricciardi, e vincitore nel 1933 del premio Goncourt. Per conquistare l’alta borghesia francese si era servito di una storia lontana chilometri dagli ambienti intellettuali: era riuscito a parlare di un fallimento clamoroso, quello della Rivoluzione cinese nel 1927, finita in un bagno di sangue, nella delusione e nella certezza che la vita, qualunque vita, è sempre circondata da un alone di morte, più o meno vicino, più o meno evidente. Gli uomini protagonisti sono dilaniati dalla nausea dell’esistenza, perennemente traditi dagli eventi, sacrificati dalla storia e consumati dalla solitudine, dalla rabbia, dalla paura. Divisi senza neppure averne consapevolezza credono di lottare in nome di un’ideale, di una giustizia che non esita a farsi traditrice appena può. È un mondo senza speranza, lontano dall’oppressione kafkiana ma inevitabilmente vicino alla rassegnazione di Sartre e al malessere di Camus.

Malraux sa bene cos’è la vita ed è per questo che per resistere si aggrappa a ciò che può: ai viaggi in terre lontane, alle avventure esotiche, ai grandi innamoramenti culturali e politici, alla joie de vivre, ai soldi che vanno e vengono. Ma anche a quella vita inventata, fatta di storie mai accadute, di aneddoti inesistenti, di studi mai compiuti. Per Malraux erano l’unico antidoto all’orrore che lo perseguitava: ideare la vita era solo un modo come un altro per sfuggire almeno un po’ alla morte. I fatti contano più delle parole e delle idee ed è per questo che ne inventava molti. Pervicacemente fedele a sé stesso, riuscì ad affascinare i grandi dell’epoca, che speravano di osservarlo nella sua veste di gentiluomo rétro e di ascoltarlo mentre raccontava delle sue spedizioni in Oriente a dissotterrare reperti archeologici. O di quanto amasse i gatti. La maschera di viveur nascondeva tutto il dolore accumulato in gioventù, e quello che gli toccherà subire da adulto, quando moriranno i suoi due figli e la sua compagna.

La condizione umana fu un libro molto amato dalla critica, probabilmente stregata dal fascino del suo autore, e rimane un romanzo complesso, in cui gli orrori individuali riaffiorano a fatica nella Storia. La scrittura stessa sembra risentire del peso intellettuale di Malraux: il carisma che aveva costruito nel tempo sembra tradursi nelle parole, in una prigione, da cui non vuole, però, fuggire. Chi fosse realmente Malraux non è dato saperlo del tutto: ma ciò che sappiamo con certezza è che per lui l’uomo e la sua condizione erano più importanti di qualunque cosa, di qualunque ideologia e di qualunque evento storico.

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