Le parole che non ho detto

“La straniera” di Claudia Durastanti

di / 7 maggio 2019

“La straniera” di Claudia Durastanti

Dopo il brillante esordio (Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra) che le valse la vittoria al Mondello Giovani, cui seguirono A Chloe, per le ragioni sbagliate (Marsilio, 2013) e Cleopatra va in prigione (minimum fax, 2016), Claudia Durastanti cambia genere con La straniera e torna in libreria edita da La Nave di Teseo.

Alzi la mano chi non ha pensato a Camus, quando ha saputo che il libro si sarebbe intitolato La straniera. Proprio Camus, nei suoi taccuini, spiegò il sentimento di nostalgia delle vite degli altri. «Viste dall’esterno, costituiscono un tutto. Mentre la nostra, vista dall’interno, sembra dispersa». Continuiamo, conclude, a inseguire un’illusione di unità. Questo bisogno universale spinge gli individui – quelli coscienti – ad acuire questa nostalgia, ed è in fondo, se vogliamo, lo stesso bisogno che cerchiamo di appagare attraverso la lettura: la storia di una vita, anche inventata, che non sia la nostra.

D’altro canto, la stessa ragione porta gli individui a raccontarsi – o, appunto, a scrivere. Il processo che sta alla base della scrittura, e che si palesa già da bambini in modo inconsapevole, è un tentativo di fare ordine, e non a caso i nostri primi scritti sono spesso autobiografici (diari, insomma). Quando poi cresciamo, non rinunciamo al bisogno di raccontarci, ma capiamo che la nostra vita è banale, che, per quanto si abbia sofferto, in qualche parte del mondo ci sarà sempre un dolore più struggente, un amore più intenso, e che in fin dei conti non siamo i protagonisti di nessuna grande storia – ma è comunque la nostra.

La straniera non è un diario e nemmeno un romanzo, ma un po’ le due cose insieme, un memoir che inizia con una storia che l’autrice non ha vissuto – l’incontro fra mamma e papà, la vita dell’uno e la vita dell’altra – e che forse per questo è stata assorbita come le favole belle che ci vengono raccontate da bambini. Un uomo sordo e una donna sorda s’incontrano e si sposano: è una storia di magia o un evento più che normale? La risposta sia lasciata agli altri, quel che conta è che è una storia vera – e le storie vere sono proprio così, tra la magia e l’ordinario, e infatti anche quell’amore finisce, ma resta il racconto. Resterà per sempre, quello, se sapremo conservarlo, e, ascoltandolo dall’esterno, ci sembrerà un tutto e avremo ricostruito quell’unità (che non c’è più).

Il merito maggiore di Durastanti è da ritrovare in quello che il libro non fa. Su tutti, c’è il merito di non assegnare risposte universali: la ricerca personale produce un’analisi personale e sta al lettore trovare i punti di contatto. Nessun moralismo, poche prediche, pochi ammonimenti – anche i consigli sono allusi e passano attraverso il racconto. Si è evitato, ed è importante, un processo di vittimizzazione e/o glorificazione del disabile e della disabilità.

La scelta di una narrazione che procede a pezzi – di puzzle più che di mosaico – si rivela indovinata, perché frammenta la storia – alcuni di questi frammenti, peraltro, sono piuttosto autonomi – e consente una lettura accelerata. La prima sezione è più romanzata, in alcune parti perfino romanticizzata, e ha una certa tendenza a caricare ogni cosa – ogni luogo, soprattutto – di poesia. D’altra parte, è più interessante il rovescio della visione idilliaca dell’America, vista con gli occhi di chi in America ci è nata (dall’interno, appunto). «A me pareva di stare in un posto molto simile al New Jersey», dice Durastanti a proposito della Basilicata. L’avreste mai detto? Ecco, un’altra cosa che non c’è ed è bene che non ci sia: la mistificazione dei luoghi d’appartenenza. Forse perché ce n’è più di uno ed è difficile scegliere. Forse perché maturità significa disillusione e la disillusione demistifica.

Maturità e disillusione, appunto. Cosa significa davvero crescere: farsi più domande o farsi soltanto quelle giuste? «Cosa sarebbe successo a me, se fossi nata altrove?» è forse la prima domanda pesante che si pone la Claudia bambina, dopo aver letto un racconto al tempo delle elementari, e che con ogni probabilità segna un punto di rottura tra una vita e l’altra. Nel corso del libro, Durastanti torna a essere ciò che racconta. È bambina da bambina, ragazza da ragazza, donna da donna, e i rimandi a un tempo secondo – il presente, appunto – finiscono il più delle volte in un inciso. Le sezioni dedicate all’amore costituiscono forse la sola eccezione e sono anche quelle in cui la voce si concede un tono più perentorio («A volte pensiamo che solo la tragedia potrà mondarci da quel che siamo, ma non è vero»). Per il resto, le domande superano le risposte («[…] non so dire se questo sia un atto sublime o degradante», «sappiamo come finiscono le vite?»). Molte le citazioni – forse troppe – di libri o di film che ricreano un certo tempo in un certo spazio.

Lo sforzo di un memoir non è creativo, ma d’impostazione. Quando un autore scrive la propria storia, la conosce ma vuole padroneggiarla (nella sua ricostruzione). Conosce i personaggi che l’hanno arricchita, deve soltanto scegliere quali salvare e a ciascuno assegnare un ruolo. Poi, la prospettiva; in questo caso, la comunicazione. La parola e il linguaggio, l’esattezza della terminologia e le manchevolezze inevitabili della traduzione. Noi e gli altri, ma in questo caso sé e sé (esiste un pensiero univoco nella mente di chi è nato in un posto e ora vive in un altro?).

La scelta di raccontare prima la storia dei genitori e in seguito la propria accentua il parallelismo tra la condizione di mutismo e quella di straniero: entrambi devono comunicare con un ambiente ma non hanno (ancora) i mezzi per poterlo fare. In fondo, niente è universale nel linguaggio dei segni – perfino i colori hanno un significato diverso da cultura a cultura.

Nell’annunciare l’uscita del suo libro, Claudia Durastanti ha specificato che non ha voluto dedicarlo a nessuno in particolare, perché ogni pagina è in qualche modo una dedica a qualcuno. Ognuno di noi è tutte le parole che dice, tutte le azioni che fa. Di conseguenza, è soprattutto le azioni che non ha compiuto, le parole che non ha detto. Siamo in fondo quello che la situazione del momento ci permette di essere. Va da sé che non siamo mai soltanto noi o completamente noi: siamo i posti in cui siamo cresciuti che si mischiano ai posti in cui capitiamo, le persone che abbiamo conosciuto che ritroviamo in quelle che ci sono intorno. Questi distacchi – di tempo e di spazio – fanno la nostra disarmonia col mondo.

Durastanti, con quest’opera che è rientrata nella dozzina finale allo Strega, trova il modo di dire grazie ai luoghi e alle persone, alla vita per le fortune immeritate – come immeritate sono le fortune di tutti: il posto in cui siamo nati, la classe d’appartenenza, i talenti naturali, le ricchezze che abbiamo ereditato – restituisce, attraverso il racconto, dignità alle sconfitte e cerca, con la scrittura, una giustificazione ai propri dolori e un significato alla propria storia.

(Claudia Durastanti, La straniera, La Nave di Teseo, 2019, pp. 258, euro 18, articolo di Giuseppe Del Core)
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LA CRITICA

Durastanti confeziona un’opera che attraversa i cambiamenti del mondo sotto la prospettiva di un percorso di vita che, nella sua particolarità, solleva diverse domande ed evidenzia una spiccata sensibilità.

VOTO

7/10

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