“Tempeste e approdi” di Maria Cristina Mannocchi

di / 10 marzo 2012

Sentir parlare di naufragi, reali o metaforici, di questi tempi è piuttosto frequente.
C’è chi, evidentemente non conoscendo Orazio che raccomandava una navigazione moderata né troppo vicino alla costa né in alto mare aperto, va a sbattere contro una famosa isola dell’arcipelago toscano lì da secoli, carte nautiche testimoni. Oppure c’è chi, per citare Bauman, immerso nella «modernità liquida» delle società contemporanee, è alla ricerca della giusta rotta tra i marosi esistenziali.
Maria Cristina Mannocchi, professoressa di Italiano in un Liceo scientifico di Roma, nel suo colto saggio letterario Tempeste e approdi. La letteratura del naufragio come ricerca di salvezza, edito da Edizioni Esemble, traghetta il lettore in un viaggio attraverso le epoche, la letteratura, la filosofia e l’arte, in cui il mare, elemento naturale vitalistico e temibile carico di significati simbolici, è assoluto protagonista. Chi non ha mai avvertito un senso di sperduto sgomento di fronte all’immensità degli abissi marini?
Si parte dagli antichi racconti dei popoli del Mediterraneo che consideravano la navigazione «“atto proditorio” che andava contro le leggi della natura» e non vedevano di buon occhio i marinai di navi mercantili perché corrotti dalla bramosia del guadagno, sino al novello Ulisse dei nostri tempi con il Truman interpretato da Jim Carey nel film di Peter Weir The Truman show.

La concezione del mare corruttore offrì a Platone la metafora dell’acqua salata come limite della conoscenza umana nel Fedone.
Per spiegare quanto sia complicato approdare al sapere assoluto Socrate usò la metafora, desunta dal linguaggio marinaresco, della “seconda navigazione”, «quella navigazione che uno intraprende quando, rimasto senza venti per uscire dalla bonaccia deve porre mano ai remi».
I lettori verranno sbattuti insieme a Ulisse sulle coste dell’isola dei Feaci, dove la bella Nausicaa verrà mossa a compassione dall’abilità persuasiva dell’eroe omerico, che alla violenza saprà sostituire la forza razionale della retorica. Non potevano mancare le storie tratte dalla Bibbia, e poi dai poemi babilonesi o dalle leggende ebraiche: Giona, Gilgamesch, Glauco.
Il naufrago era nel mondo antico come l’homo sacer, era cioè un maledetto, un emarginato dalla comunità.
E ancora incontriamo il saggio epicureo, «colui che ha raggiunto il distacco dalle passioni non è nella tempesta ma osserva dall’alto della sua serenità gli individui che si affannano inutilmente tra i flutti della vita», i naufraghi de La zattera della Medusa di Gericault, Renzo e Lucia, Leopardi e il suo «dulcendo naufragi», Pinocchio per il quale il mare è luogo di metamorfosi, conoscenza e solidarietà, Primo Levi, sopravvissuto al campo di sterminio che condivide lo stesso senso di colpa e la stessa urgenza di raccontare la sua terribile esperienza del vecchio marinaio di Coleridge, Freud e il suo «sentimento oceanico», Jung, Jaspers, Otto Neurath, Cruso, protagonista del romanzo di Coetzee, Foe, Truman e molti altri.

Tante sono le curiosità e gli aneddoti che la sterminata cultura della Mannocchi riesce a soddisfare senza essere pedante, suscitando riflessioni esistenziali su vita e morte, sull’esistenza o meno di Dio. Ogni caduta presuppone sempre una rinascita. Tempeste e approdi è un invito a scendere in esplorazione negli abissi del sé e nella natura di ciò che ci rende umani e che ci dà la possibilità di averne coscienza. L’inabissamento nel mare di pagine di questo saggio porta ad acquisire una nuova consapevolezza. Se ne esce arricchiti, con più “sale in zucca”, il sale del sapere. Pronti a salpare?
Non sarà sufficiente una “piccoletta barca” come per chi si apprestava a salire i cieli paradisiaci insieme a Dante, ma per chi crede basterà il «“legno” della Croce».


(Maria Cristina Mannocchi, Tempeste e approdi. La letteratura del naufragio come ricerca di salvezza, Edizioni Esemble, 2011, p. 252, euro 16)

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