Le domande di Brian

di / 13 maggio 2011

Ci sono domande a cui è impossibile rispondere: non solo la spudorata terna esistenziale “Chi siamo? – Dove andiamo? – Da dove veniamo?”, che scroscia impietosa su anni di pagine e fiumi di mani. Ci sono quesiti in apparenza più semplici, che molti non si pongono perché li trovano scontati, perché riflettere anche un po’ sottrarrebbe troppa vita.

Cos’è meglio dire? Cosa si dovrebbe fare? Come poter far capire senza rischiare?

Altra triade fatale.

Brian, studente dell’Essex, approda al College come matricola inquieta.

Lascia i suoi amici imbracati a mezz’aria. Tone, un vichingo pazzoide e spavaldo che esprime vigore calciando parcometri; Spencer, cervello e bellezza buttati sbuffando su una pompa di benzina. Due ragazzi abbracciati al loro squallore. Alla suadente certezza che i posti nel futuro siano già tutti occupati. Brian, però, sente di tentare. La fuga, il passaggio, lo sbarco.

Cambiare ambiente per cambiare se stesso.

Perché tutto in lui è movimento. Non solo il brullo paesaggio lunare di dune e crateri tra la fronte e le guance; non solo il suo corpo di neanche vent’anni,  che ribolle ogni giorno, di centimetri e sogni. Ma soprattutto la sua mente, che ha bisogno di esplodere, risolvere dubbi e interrogativi.

E strappargli di dosso la perenne etichetta di eterno perdente. Che è veloce a posarsi e poi non trasloca.

La grande occasione potrebbe essere University Challenge, la sfida per teste eccellenti.

Domande a cascata su ogni argomento: chimica, scienze, letteratura, geografia, storia, termodinamica, capitali di un sapere che non è solo cultura o magari memoria, città di uno Stato che si chiama riscossa. La sua rivincita passa attraverso quel mondo di gara.

E partecipare significa crescere, conoscere, amare. O magari raccontarsi di farlo.

Perché, a quell’età, un viso che ride somigliando a Kate Bush può sembrare l’amore.

O se non altro il suo più attraente vicino di casa.

È così che scivola via Le domande di Brian, romanzo d’esordio di David Nicholls ripubblicato a marzo da Neri Pozza, dopo il successo alluvionale di Un giorno.

Trama non intricata, sapientemente animata dal suo ritmo interno, fatta di giovani in subbuglio a metà degli anni’80, piccolo borghesi e promettenti rivoltosi, come Patrick, capogruppo della squadra di Brian o come Rebecca, che punge sempre per non essere punta.

Ragazzi che potrebbero in fondo abitare ogni epoca, coi loro passi squillanti e poi ancora incerti, le troppe sbronze usate ogni notte come trapunte, per scaldare paure del mattino.

Ragazzi tratteggiati con spontaneità. La stessa a cui l’autore ci ha ormai abituati .

Perché il merito di questo romanzo è la sua scioltezza, la pioggia leggera di dialoghi e svolte.

La naturalezza di costruire uno scambio e di rendere in quello un intero universo. L’ironia tagliata al dettaglio, la goffaggine, l’estremo senso di inadeguatezza che spinge Brian a sbagliare ogni cosa, anche quella che sembra già vinta.

Un libro che prende per mano, senza pretendere di causare vertigine. Ma lasciando all’ultima riga il rammarico di un viaggio finito troppo in fretta.

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