“E il cane parlante disse bang” di Paolo Pasi

di / 19 dicembre 2011

Quando qualcuno mi chiede un parere su un ipotetico libro da regalare o da comprare per sé, io esordisco sempre dicendo: “Beh, il libro è un profumo di carta, deve interagire con la pelle di chi legge”.
Momento aforismatico che essenzialmente ricopre due incarichi: seminare un’ augurale poesia d’ingresso, come si fa con l’incenso prima di un rito e soprattutto mettere le mani avanti in caso il mio suggerimento fallisca miseramente schiantandosi con i reali gusti del destinatario, che si è visto consegnare l’ultimo giallo di Natsuo Kirino quando invece nei massimi frangenti di spremitura intellettiva s’imbatte in Sandro Mayer.
Tendenzialmente non mi capita, perché adoro il lavoro sartoriale che abita dietro un consiglio.
Sì, annusare la tana di chi non conosco, sentir parlare per qualche minuto l’avventore di turno e capire d’un tratto con che titolo vestirlo. Capire chi è e di cosa ha bisogno in quel preciso frammento esistenziale.

Perciò, se avvertite l’irrefrenabile esigenza di prendervi gioco della realtà che da par suo non smette mai di prendersi gioco di voi, che sembra strutturata per essere derisa e smentita e invece si conferma serissima e lussureggiante, un testo perfetto per voi è sicuramente E il cane parlante disse bang (Spartaco Editore) di Paolo Pasi. Una trafila esilarante, una brillante carrellata di racconti tra l’ironico e il grottesco che ci illustrano il presente, deformandolo a tal punto da farcelo sembrare ancora più vivo.

Si comincia con la storia omonima all’intera raccolta, quella di Braccobaldo e del suo vicinato di “cartoni sfollati”, non più animati, un popolo di piccoli eroi di cui ormai la gente si è scordata e che pieni soltanto di vuoto, si sono sfamati di polvere, fino a deprimersi, fino a delinquere.
E così il cane prodigioso s’imbratta la lingua, s’involgarisce, sparge brutte parole, unge i suoi pomeriggi addosso a un bar, a inzupparsi di alcol e poi a inveire contro il bancone.
Il barista lo guarda stranito, non riconosce in quell’avanzo sboccato il beniamino tenero che guarniva i suoi fumetti. Ma è chiaro, la colpa è anche la sua, di tutti quelli che li hanno idolatrati e poi accantonati, figurine usa e getta di un album d’infanzia. Tutti i fan che li hanno appiattiti a un solo ruolo, un solo colore, privandoli per sempre della «complessità», privilegio dei soli viventi.

Si prosegue con il concorrente a sorpresa del Grande Fratello, una presenza esplosiva nel senso più letterale, un ragazzo imbottito di tritolo che irrompe nella Casa per farsi guardare, per imporre le sue chiacchiere minime, i suoi pensieri anoressici, con la minaccia deflagrante di far saltare tutto in caso provino a fermarlo. Ma quell’atto di forza svela solo la natura surreale e autoritaria dello spettacolo in sé, la dittatura del nulla a tutti i costi, in cui anche la pochezza merita ascolto, per il semplice fatto di essere apparsa in tv. E il pubblico divora tutto, tracanna ogni cosa davanti alla cena e decide le sorti di ogni programma col telecomando. Optando per un gran finale.

C’è poi il padre di Alice, che per la sua festa vorrebbe sorprenderla, reclutando per la serata il suo cantante preferito, tale NelloRaga. Un concentrato antropomorfo di finta intraprendenza: sguaiato, strafottente, orgoglioso dei suoi bassi fondi e del suo aspetto criminale. Ma forse non così tanto.

Il modello venerato da una tribù di giovani comparse, zingari di zapping, manichini di se stessi che si girano verso colui che grida più forte, al di là di ciò che dice. Meglio ancora se non dice nulla.

C’è una serie infinita di personaggi inquieti, un affresco psichedelico dell’Italia di oggi, di questi esatti secondi, dove l’assurdo è la regola e il dietro le quinte il vero teatro. Scritto con fantasia per “dovere di cronaca”, con ritmo rapido e ben calibrato, senza colpi di genio, ma con la lucida visione di chi porta alle estreme conseguenze una trama fin troppo nota.

Cosa cercate in una lettura? Una foto o un’evasione? In questo caso, forse, sono presenti entrambe.

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