“L’esercito di cenere”
di José Pablo Feinmann

di / 22 gennaio 2015

Sono tempi un po’ invertebrati, questi. Savane d’asfalto e di finti bisogni.

Lì, dove un iPhone suggerisce quale succo di frutta abbinare ai mocassini, stormi di creature stizzite schizzano da un punto all’altro del proprio circuito, pressati da urgenze urticanti come schiantarsi dentro una foto e pubblicare a bordo del loro diario l’ultimo piatto di sushi.  Intimità planetaria in comodato d’uso. Viviamo così, in attesa di giudizio, funamboli sul filo di un “like”. Quanti “mi piace” servono per proclamare una buona giornata? Questo sì che è un dilemma, capace di candeggiare anche Amleto. E poi di fecondarne un altro: in un’epoca del genere, in cui la maggioranza dei maschi è munito di pinzetta per le sopracciglia e considera la peluria una malattia esantematica, quanto posto c’è per un libro come questo? Quale? L’esercito di cenere  di José Pablo Feinmann (SUR, 2014).

Western metafisico, come è stato più volte definito. Romanzo di guerra di un enorme narratore ancora troppo nascosto.

È il 1828 di un’Argentina non-luogo e il tenente Quesada, dopo aver archiviato un duello con morte avversaria in allegato, salpa a cavallo della sua avventura: spingersi fino al Forte Indipendenza per raggiungere il colonnello Andrade e assoggettarsi al suo servizio. Lui è un combattente, un maschio di marmo, purificato da ogni timore. È un meccanismo bellico ben lubrificato consapevole quindi di essere solo un ingranaggio. E il colonnello è un’entità sovraordinata, il comandante di un’ennesima battaglia. Appena giunto non gli resta che aspettare, che il colonnello lo convochi, che il colonnello fiuti l’ora e statuisca di partire. L’intero Reggimento fluttua per giorni nell’anticamera del sangue.

Ognuno di loro ha senso solo lottando; un soldato senza scontro ha le gambe sempre insonni. Teoricamente a riposo ma senza un rivolo di pace. La guerra è la ragione, la guerra è la sostanza, il pentagramma in cui ciascuno di loro solfeggia il proprio battito. L’unica grande «igiene del mondo» secondo Filippo Tommaso Marinetti.

«La guerra è la patria. Perché la patria è un territorio creato dall’amore dei suoi figli e dall’odio dei suoi nemici. È per questo che ci siamo noi, i guerrieri: per farla esistere, e vivere o morire per lei. La guerra può essere bella. Come una danza, come una grande festa. La guerra è entrare in una città che abbiamo conquistato, entrare con le nostre bandiere spiegate, con le nostre uniformi […] La guerra è sentire il tumulto delle donne e dei bambini, il timore dei vecchi, l’umiliazione dei vinti e il nostro infinito orgoglio di vincitori». Il viaggio si sveglia e la truppa si snocciola lungo un deserto amaro, un tappeto di spine che vomita polvere, dove annusare il nemico per sentirsi ancora vivi.

Ma il retaggio dell’altro sono solo fantasmi. L’avversario rampolla dal niente e cancella ogni molecola. Fortini nebulizzati, un giardino di cadaveri pendenti in cui «l’odore della devastazione copre ogni cosa».

Eppure il colonnello decide di procedere, malgrado ogni “malgrado”. Piove cenere e quei soldati si cospargono d’ombra, diventano gli spettri di se stessi. Uomini e cavalli trascinano ansanti le loro ultime scorze, carcasse di sabbia che sperano soltanto in angolo di notte.

Chi cede è un traditore, chi soccombe rema contro e va rimosso come un cancro. Andrade lo sa, il pericolo è chiunque non collabori fino allo stremo ed è convinto di non imporsi tregua. Quel nemico che nessuno avvista, neanche i migliori segugi su piazza, gli ondeggia nella mente. Esiste da sempre, è cresciuto nella sua prigionia e ora deve essere annientato. È la pazzia la sua tana, il solo grembo di tutto quell’odio, oppure proprio lui che è altrove è il prescelto in grado di avvertire quei cavalieri oscuri, tutto quel male impalpabile e strisciante?

Quesada assiste alla parabola di Andrade, al fulgore del comando e al delirio che formicola.

A quel carisma che deraglia in follia e comincia ad incresparsi, a un esercito che sbanda da un fremito all’altro: la chiamata, la partenza, la marcia, la strage e poi il dubbio. Inchinarsi al potere quando sembra inspiegabile oppure incubare il dissenso e accettarne il destino?

Come in altri essenziali romanzi di guerra, da Dispacci di Michael Herr a Scene da una battaglia sotterranea di Rodolfo Fogwill, l’esperienza del nemico è fondativa e inseparabile. È il motore irrinunciabile di ogni vicenda militare. Armarsi vuol dire armarsi contro, designare un colpevole, una minaccia di carne grazie a cui motivare quel campo e quelle ferite. Andrade ha in pancia il progetto di un’Argentina gloriosa, un Paese che si erga annichilendo i rivali. E così farà, anche cercandoli ovunque, fabbricandoli tra i propri vicini.

Perché il nemico è dentro, il nemico, quello assoluto, lo ha già conquistato.

Così la sua è una lotta contro il Nulla, personale e universale, simile a quella dell’hidalgo Don Chisciotte, pescato da una missione immaginifica e anche a quella, citata dall’autore, dei soldati di Buzzati ne Il deserto dei Tartari. Qui, L’esercito di cenere esonda d’ineluttabile. I suoi sono uomini coriacei, animati da forze quasi primitive. Uomini per cui la donna è un prurito e quindi un disagio, un desiderio che distoglie da un sudore più importante. Uomini che hanno dismesso le paure come un cappotto fuori stagione, capaci di cavalcare al buio e resistere alla sete.

Uomini che distano miglia di pagine dalle nostre metropoli frullate di autoscatti, dove un chilo di troppo genera imbarazzi. Torniamo alla questione iniziale: c’è spazio in mezzo a noi per L’esercito di cenere?

La risposta è: quello più raggiungibile, lo scaffale cui poter sempre attingere. Lo stesso dove alloggia la letteratura autentica, in grado di parlarci ancora.

Della fame di avversari che divora i giorni alla nostra noia, che fa tremare redazioni di giornali e lettori di satira. Che punisce con gli spari l’insolenza di un sorriso.

Della parola che esorcizza e che resta dopo tutto l’istinto più forte.

(José Pablo Feinmann, L’esercito di cenere, trad. di Francesca Lazzarato, SUR, 2014, pp. 192, euro 15)

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