“Birdman” di Alejandro González Iñárritu

Un cinecomic senza comic, da nove nomination

di / 6 febbraio 2015

Sono nove le candidature all’Oscar per Birdman di Alejandro González Iñárritu, e sono tutte nomination importanti: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista per Michael Keaton, miglior attore non protagonista per Edward Norton, migliore attrice non protagonista per Emma Stone, miglior sceneggiatura originale di nuovo per Iñárritu e Giacobine e Dinelaris e Bo, miglior fotografia per Emmanuel Lubezki, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro. Probabilmente, anzi, senza dubbio è l’opera più ambiziosa di Iñárritu, la più spiazzante e sorprendente della sua filmografia, e probabilmente è uno dei film più spiazzanti e sorprendenti della storia del cinema degli ultimi anni.

Riggan Thomson è un attore che ha conosciuto una grande celebrità negli anni Novanta interpretando il supereroe Birdman in due grandi produzioni hollywoodiane. Quando ha rifiutato di indossare per la terza volta il costume del suo alter ego ha avuto difficoltà a trovare una nuova dimensione personale e artistica. L’occasione arriva molti anni dopo, quando decide di adattare, dirigere e interpretare per il teatro il racconto di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Quando mancano pochi giorni al debutto a Broadway succedono tante cose, tutte insieme: il co-protagonista finisce all’ospedale, Riggan si trova a doversi confrontare con un nuovo attore che mette in discussione tutto quella che fa, con la figlia appena uscita dal centro di riabilitazione, con l’ex moglie, con le sue stesse aspettative che non gli fanno capire se è o meno all’altezza di una nuova carriera e, soprattutto, con il fantasma di Birdman e di quella gloria passata, che continua a echeggiargli in testa.

La prima mossa intelligente e furba di Iñárritu è stata nel casting. In un momento in cui il cinema statunitense è invaso da cinecomic e supereroi, reboot e sequel, il regista messicano ha deciso di infilarsi anche lui nel filone, ma a modo suo. In fondo, Birdman è un cinefumetto senza fumetto, o piuttosto un film sulle conseguenze di un cinefumetto nella vita di un attore. Quando la Marvel e la DC si limitavano a fare solo il loro lavoro con gli albi illustrati e non avevano ancora invaso il cinema con le loro saghe, un attore si prese il coraggio di scegliere e di tirarsi fuori da un personaggio che gli aveva dato tutto, ma non abbastanza. Quell’attore era Michael Keaton, che per alcuni sarà sempre, comunque, Batman, nonostante Nolan e Christian Bale (e c’è l’esempio recente di Cattivi vicini, con Seth Rogen che parteggia per Keaton e Zac Efron che è per Bale). Dopo i Batman di Tim Burton la carriera di Keaton si è fermata, o comunque non è più stata a quei livelli. Apparentemente, o comunque da come si racconta oggi, non ha mai vissuto una crisi alla Riggan e sta bene così, tra doppiaggi, piccole parti e la sua vita in Montana. Anche senza la crisi, comunque, Riggan non poteva che essere Michael Keaton, perché Keaton continuerà a essere Batman, qualunque cosa abbia fatto o farà in futuro, così come Riggan sarà sempre Birdman.

Questa è la mossa furba: identificare il personaggio con l’interprete, parlare di cinecomic prendendo il primo, memorabile, protagonista di un cinecomic (perché, con tutto il rispetto per Christopher Reeve e Richard Donner, Superman non sarà mai come Batman, almeno al cinema) e trasformandolo in un altro protagonista di un altro memorabile cinecomic di fantasia. E non basta: accanto a Keaton, Iñárritu ha piazzato altri due sopravvissuti dei supereroi: Edward Norton, che è stato Hulk di passaggio, prima di Mark Ruffalo e degli Avengers e dopo il pallone verde e rimbalzante di Eric Bana e Ang Lee, ed Emma Stone, che si è di recente liberata dell’Uomo Ragno morendo nel secondo Amazing Spiderman (e a quanto pare ultimo). Se non basta, ci mette pure Naomi Watts, che non ha mai fatto cinecomic, ma a cui concede un momento lesbo che richiama nella memoria di tutti Mulhollande Drive di David Lynch.

L’identificazione con il cinecomic va oltre, e qui c’è l’altra idea furba, sviluppandosi anche come critica della mentalità prevalente a Hollywood oggi, che preferisce sequel e saghe a qualsiasi idea originale. Lo dicono Riggan e il suo produttore Zach Galifianakis, quando cercano un nuovo attore all’inizio e tutti sono occupati in Hunger Games o altro.

Che fa, quindi, Iñárritu con un’industria cinematografica satura? Fa un film che parla di cinema, fa un film meta, ma sul teatro, non sul cinema, e lo gira andando contro tutti gli standard narrativi prevalenti, contro il gusto delle grandi produzioni. In tempi di montaggi veloci e frammentati, Birdman  si prende il lusso di essere un’unica, lunghissima sequenza, centoventi minuti senza interruzioni. In realtà c’è un montaggio invisibile: come per Nodo alla gola di Hitchcock si tratta di sequenze di dieci minuti cucite insieme senza interrompere il flusso, assecondando la batteria jazz di Antonio Sanchez che accompagna Riggan e gli altri per tutto il tempo. Non siamo ai livelli di sinuosità di Arca russa  di Sokurov (un unico piano sequenza di novanta minuti all’interno del museo dell’Ermitage), ma poco ci manca. 

Se il cinema che lo aveva reso famoso era caratterizzato proprio dalla frammentazione, andando dietro alle sceneggiature intrecciate di Guillermo Arriaga nella cosiddetta trilogia sulla morte di Amores perros21 grammi Babel, da quando Iñárritu ha iniziato a scrivere da solo i suoi film l’attenzione si è spostata su singoli personaggi, su singole storie già con Biutiful per arrivare a un nuovo livello, ancora più ristretto anche nelle ambientazioni, con Birdman.

In maniera simile al recente – per la distribuzione italiana – Synecdoche: New York di Kauffman, il mondo esiste solo intorno al teatro della prima. C’è tutta una tradizione di film sul teatro e sui suoi attori a cui, probabilmente, Iñárritu ha guardato, da Vogliamo vivere di Lubitsch a L’ultimo metrò di Truffaut, passando sicuramente per La sera della prima di John Cassavetes e soprattutto per tutto il cinema di Altman (i piani sequenza stile I protagonisti, e poi Carver, che fa pensare subito ad America oggi). Immergendosi nella realtà teatrale, simbolo di un’idea di intrattenimento già di per sé scollegata dal contemporaneo («Vuoi fare uno spettacolo teatrale su un testo di sessant’anni fa», dice la figlia a Riggan accusandolo di essere distante dalla realtà), Birdman osserva proprio il contemporaneo del mondo di twitter e dei blog, delle opinioni diffuse e della popolarità – che è «la cuginetta zoccola del prestigio», come dice Edward Norton – a uso di click, e prova a far sopravvivere in questo mondo un Riggan che non ha mai risolto il rapporto con il passato e ha elevanto a testo sacro un fogliettino di bar su cui Raymond Carver, proprio lui, aveva appuntato un complimento vedendolo recitare prima che diventasse Birdman.

«A thing is a thing, not what is said of that thing» si legge sullo specchio del camerino di Riggan. Riggan Thomson è Riggan Thomson, nonostante tutti quanti dicano che sia Birdman. Allo stesso tempo, è Riggan Thomson perché un tempo è stato Birdman, perché senza quel costume rimarrebbe solo lui, un misero, patetico, fallito attore – e se lo dice da solo, Riggan, cioè glielo dice Birdman nella testa, che poi è lui stesso in uno sdoppiamento paranoide.

Giocando con il doppio, con l’idea dell’alter ego da cui bisogna liberarsi, come Bruce Wayne schiacciato da Batman (anche se questa è una cosa più alla Nolan che alla Burton), Birdman aggiunge strati su strati, riflette, mostra e nasconde tracce narrative, sottointende e sbatte in faccia. A volte esagera, a volte la volontà di stupire e schiacciare, di mostrare un altro cinema è troppa, ma è quello che succede quando si vuole provare a spiazzare, anche quando ci si riesce. In pieno.

 

(Birdman, di Alejandro González Iñárritu, 2014, commedia, 119’)

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LA CRITICA

Virtuosistico, esagerato, spericolato, ridondante. Birdman è tutto questo, ed è molto altro: è un fiume che travolge. Iñarritu reinventa se stesso e fa un film che verrà ricordato a lungo, sicuramente da Michael Keaton, forse non più Batman ma, per tutti, Birdman.

VOTO

8,5/10

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