“Bussola”
di Mathias Énard

Il romanzo vincitore del Premio Goncourt 2015

di / 14 aprile 2017

Astenersi perditempo. Questo sembra chiaro in modo lancinante. La lettura tempera-angosce, smussa-patemi da infilare senza affanni in qualsiasi feritoia d’attesa ordinaria non sarà mai la definizione di Bussola (Edizioni e/o, 2016), ultimo romanzo di Mathias Énard.

Il bersaglio prescelto dallo scrittore francese non è certo il pubblico medio, quello composto da frotte trafelate di consumatori seriali di storie. Da chi invoca il solletico, la riserva d’ossigeno o l’uscita d’emergenza bene in vista a ogni paragrafo. Qui siamo di fronte a un libro complesso, più che complicato. È un bene? In parte, forse, necessariamente.

Lo scheletro di trama si assorbe in fretta. In una notte insonne, diluita per 420 pagine: un musicologo viennese esperto d’arabo e grande viaggiatore, Franz Ritter, sciorina il suo delirio amoroso per Sarah, orientalista di tracimante bellezza con cui ha spartito incursioni archeologiche, dissertazioni interartistiche e carteggi sofferti. Trepidazioni neostilnoviste tra rovine espugnate e spedizioni leggendarie. E di concreto neanche le scia. Sì, perché il rapporto con Sarah, che trasuda pregi tanto da farsi insopportabile e ben poco umana, assurge a illustre pretesto per permettere a Franz di presentarci una lista inverosimile di personaggi storici. Musicisti, avventurieri, filosofi: tutti uomini e donne che hanno fatto da collante, per studio o ossessione, tra Oriente e Occidente.

Da Franz Liszt a Gustav Mahler, da Claudio Magris a Edward Saïd, ma in maggior misura raffiche di nomi disseppelliti dall’oblio. Esploratrici capaci di compromettere ogni forma di certezza, per inseguire l’incanto di Palmira, il richiamo ferino di Siria e Palestina, dei loro piaceri così crudi e terrosi. Lady Stanhope, Annemarie Schwarzenbach, Gertrud Bell, Marga d’Andurain, con i loro tradimenti, le follie pentite, le morti sventate e le altre improrogabili, non sono per l’autore citazioni semplici o condimenti fascinosi.

Sono squarci possenti sulla carne narrativa; pianeti a sé che si susseguono, si affastellano fino a diventare completamente frastornanti. E soprattutto fino a fagocitare la storia teoricamente im-portante. Che fa capolino, timidamente di quando in quando, per concedere altro spazio calpestabile. E proseguire con travestimenti, poeti e musei dell’orrore.

La scrittura di Énard è poderosa e molto icastica: «…penso sia stata l’unica volta in vita mia in cui sono stato davvero ubriaco, ubriaco di rumore, ubriaco dei capelli delle donne, ubriaco di colori, di libertà, fino a dimenticare il dolore della partenza di Sarah». E anche: «Di colpo sono sopraffatto da una grande tristezza, una perdita, una lugubre visione della realtà del mondo e di tutta la sua imperfezione, il suo dolore, tristezza acuita dalla perfezione dell’edificio, e una frase mi affiora alla mente, solo le proporzioni sono divine, il resto appartiene agli uomini».

Ma al di là del suo onesto apprezzamento, il risultato è un’immane fatica. E non perché la scommessa del genere ibridato, del territorio meticcio tra romanzo, saggio e diario di viaggio non possa essere vincente. Esempi come Un’eredità di avorio e d’ambra del ceramista De Wahl, Gli anelli di Saturno di Sebald, Tempo di regali di Fermor e molti testi di Magris e Chatwin sono più che bastevoli per comprovarlo. E neanche perché l’Oriente e la sua considerazione qui e ora, dalla parte del sole che cala, non possa essere impellenza letteraria. Il problema è altro. Il problema è il modo. Stratificato al punto da occultare il nucleo.

È un bene quindi questa sua complessità? Se il prezzo è la godibilità organica di ciò che si legge probabilmente no. Énard ci ha aperto il suo scrigno, la Wunderkammer stroboscopica del suo personale Levante, ma da questo carillon si esce storditi, avvinti solo a brevi tratti. Spesso annoiati da sentori che sanno di cliché.

L’istinto è scavalcare, per carpire un dunque che non arriva mai. Un amore irrealizzato (forse per uno scrittore la versione più alta spacciabile, siamo d’accordo) che si fa solo fantasma di se stesso e gancio per nuovi inserimenti, una malattia erosiva come la ruggine e una cultura sterminata non bastano a nutrire un romanzo. O a renderlo tale. Bussola sembra una di quelle coperte patchwork, in cui ogni quadrato è un universo a sé. Ma purtroppo, è una coperta che non sa scaldare.

 

(Mathias Énard, Bussola, trad. di Yasmina Melaouah, Edizioni e/o, 2016, pp. 424, euro 19)
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LA CRITICA

A dispetto di una scrittura eccellente, Énard ci presenta un romanzo sovraffollato d’immagini d’oriente, nomi, aneddoti e volti che rosicchiano il corpo del racconto. Bussola, malgrado il titolo, non permette al lettore di capire dove andare.

VOTO

6,5/10

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