“Il simpatizzante”
di Viet Thanh Nguyen

Affresco eccellente di un capitolo avariato di storia americana

di / 12 settembre 2017

È uno scheletro in fuga Kim. Ha nove anni, uno stelo annerito di ossa e terrore. Scappa nuda, con i chili non pesabili di chi ha già più memoria che carne. È l’8 giugno 1972 e il suo strazio, quel corpo di uccello spiumato che prova a sbracciarsi lontano dal napalm, è tutto quello che m’invade la mente appena penso “Vietnam”. Come fosse un souvenir dell’orrore, il lascito immortale della nostra progenie mediatica. Ma ovviamente, è solo un barlume. Tutto quello che fingiamo di padroneggiare sui fatti sono solo rigagnoli. Di un oceano ineffabile. Perciò aggiungere un punto di vista come quello di Viet Thanh Nguyen è quanto mai nodale. Con Il simpatizzante (2016), tradotto per Neri Pozza da Luca Briasco, si è aggiudicato il premio Pulitzer 2016 per la narrativa. Un romanzo in cui ripropone eccezionalmente l’ultima penosa deriva del conflitto, assumendo voce e volto del Capitano.

Figura borderline, personaggio complesso, eternamente spaccato. Figlio di una corruzione, tra un prete e una contadina vietnamita. Origine doppia, origine sporca. Il misero peccato, la povertà colpevole. Abituato fin dal sangue a essere misto, duplice e inconciliabile. Il Capitano cresce, si forma, si accultura per plasmarsi. Da comunista sa farsi virus, si addentra tra le schiere del nemico; si nutre di Occidente, inala, inghiotte, spalma sulla lingua massicce dosi di mito americano. Talmente bravo da ingannare tutti, da assurgere a braccio destro, uomo di fiducia del Generale, capo della Polizia nazionale del Vietnam del Sud. La guerra stavolta per l’America non è questione idrosolubile. Non basta annientare per vincere.

L’infiltrato eccellente organizza l’evacuazione da una Saigon larvata. La città boccheggia, perde colpi e appigli. Alla fine è soltanto un cadavere che brucia. Chi può fugge, chi non può si racconta di poterlo ancora fare. In cima a un palazzo aspetta la sua arca volante, un mezzo aereo che lo traghetti verso un altro sole. Ma i posti non bastano, dal cielo colano bombe come stelle filanti e la salvezza del Generale e della sua famiglia è un miracolo svogliato, un salto in extremis, rocambolesco e dilaniante.

Dopo la traversata, la vita degli esuli in California non è più la stessa. Coloro che sembravano protetti e foraggiati sul fronte, una volta sbarcati sono ospiti spinosi, non abbastanza americani. «Poteva anche essere asiatico solo a metà, ma in America, quando si trattava di razza, non esistono le mezze misure. O eri bianco, o non lo eri».

Il Generale non ordina più, si asserve al sistema, è costretto al lavoro. Il Capitano e il suo amico Bon respirano il marcio di una topaia. E il doppiogioco continua, si avvita, s’intaglia di nuovi tremori. Si vocifera che lì, in mezzo al coro dei migrati, graviti una spia. E il sussurro s’ingrossa, va stroncato prima che diventi un delirio. I sospetti sono serpenti da deviare, potrebbero strangolare tutta la fatica di rendersi credibile. E allora meglio che muoia un innocente, perché nel tritacarne della lotta nessuno resta incolume. Il maggiore crapulone è la vittima perfetta, avido di tutto ciò che si può assorbire. Non importa che abbia figli, anche lui avrà le sue macchie. Almeno di questo deve convincersi il Capitano, per tacitare qualche avanzo di coscienza.

Ma è proprio il suo punto ibridato di osservazione, l’imperitura condizione di bilico che gli permette di comprendere entrambe le parti in gioco. Le comprende perché le rappresenta. È lui il terreno umano in cui s’incontrano, s’innestano, si avvinghiano. Ha indossato due identità, due ideologie. Simpatizza, quindi sente. E analizza infallibilmente entrambe, lo screpolarsi di ciascuna ossessione. Gli estremismi rossi, la ferocia dell’odio. E la non meno letale astuzia americana. La sua volontà congenita (e ancora attualissima) di convogliare ogni risorsa per raccontarsi come vincente. Per diventare l’eroina costante di un film chiamato Storia. Sempre. A ogni costo. Anche quando ne esce azzoppata. Tutto va ridisegnato, il nemico dipinto come il Male, i loro morti come vittime, gli altri come necessari. Pedine da abbattere per espugnare l’obiettivo.

E in questo, la fabbrica di Hollywood è uno strumento infallibile. Al Capitano viene richiesto di vagliare copioni per narrare agli Americani la migliore versione di Vietnam. Autenticare un falso e renderlo ammiccante, altamente digeribile. «Ero furibondo per la mia impotenza di fronte all’immaginazione e alle macchinazioni del Grande Autore. La sua arroganza segnava una novità assoluta: per la prima volta, a scrivere la storia sarebbero stati gli sconfitti anziché i vincitori, grazie alla più efficiente macchina propagandistica che fosse mai stata creata (con buona pace di Joseph Goebbels e dei nazisti, che non avevano mai raggiunto un potere altrettanto globale)».

Quella di Viet Thanh Nguyen è una vita simile al destino del Capitano. Anche lui evaso dalla follia della guerra, anche lui trapiantato in America, anche lui abitato da due mondi. E il suo è un romanzo totale, non facile da approcciare, personalissimo e universale, dove l’intimità del dramma umano si scioglie nel cosmo politico e sociale dello scontro in-civile. Del perenne appetito di dominio. Scritto con vigore, intelligenza, enorme abilità ricostruttiva, Il simpatizzante è un’immensa prova narrativa. Poco adatta come libro da ombrellone, sconsigliato a chi cerchi freschezza. Ma forse, dalla letteratura che vale, non è così urgente prendersi una vacanza.

 

(Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, trad. di Luca Briasco, Neri Pozza, 2016, pp. 512, euro 18)
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LA CRITICA

Con Il simpatizzante il premio Pulitzer 2016 per la narrativa viene assegnato a un romanzo globale, affresco eccellente di un capitolo avariato di storia americana. Opera densa e magistrale, in cui la doppia natura di spia del protagonista offre uno strategico punto di vista.

VOTO

9/10

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