La mappa del nostro tempo

“Cereali al neon”, romanzo di Sergio Oricci

di / 13 settembre 2018

copertina di Cereali al neon di Sergio Oricci

Nel 1984 William Gibson definisce il cyberspazio come: «Linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati», si tratta dell’apertura di uno spiraglio nel campo della letteratura, una luce che si accende sul ponte di comando delle possibilità della fantascienza. Nel 2010 Don DeLillo sceglie di aprire il suo libro più criptico – Punto Omega – con la descrizione di 24 Hour Psycho, un’installazione di Douglas Gordon in cui il capolavoro di Hitchcock è rallentato in modo tale che la proiezione duri ventiquattro ore. Fra questi due punti si muove Cereali al neon, il romanzo di Sergio Oricci che ingloba schegge di contemporaneità per ricreare una narrazione onirica, in grado di mappare la nostra realtà sfuggente. Il virtuale e il mondo dell’arte sono i gli architravi da cui Oricci fa pendere i suo arazzi fluttuanti, intessuti nella trama del nostro tempo – o almeno nella volontà di indagarlo.

Oricci cerca di mettere a sistema il mutamento delle categorie cognitive nell’era del visuale, e per questo si interessa alla permutabilità di reale e virtuale, che vede il suo momento finale nella crasi fra i molti mondi che sperimentiamo ogni giorno e in cui usciamo ed entriamo senza soluzione di continuità, tanto che la nostra realtà multi-livello risulta agglutinata in una unico piano di esistenza liquefatto, composto da reminiscenze di vari segmenti del reale di cui intuiamo la complessità senza riuscirne ad afferrare la totalità. Per questo la narrazione del giovane autore si muove in direzioni impreviste, contrastanti, non riconducibili a uno sviluppo lineare. Più che di trama si dovrebbe parlare di mosaico, o silloge di istantanee prese dalla vita dell’io narrante, in cui le messinscene e i vicoli ciechi del ricordo si confondono con gli episodi realmente accaduti. Non si ha dunque un terreno solido e univoco in cui intraprendere il carotaggio dell’io, perché l’io non può dirsi neanche alienato, bensì frammentato, e ogni frammento racchiude una percentuale di verità, in un processo di moltiplicazione – e atomizzazione – della propria identità. Così il racconto di Oricci scorre piano, ovattato, teso fra momenti epigrammatici e minuziose descrizioni che sembrano sogni filmati con telecamere in alta definizione.

Da una parte c’è il tentativo di raccontare il cammino verso l’astrazione della nostra civiltà, attraverso la resa dei pensieri di un personaggio che sembra chiuso in una camera di deprivazione sensoriale, interfacciato con una sorta di gioco-social network. Dall’altra vediamo l’io narrante alle prese con la quotidianità della vita d’artista, spinto a modellare nel linguaggio dell’arte i concetti che lo muovono. Nell’impossibilità di trovare una forma espressiva onnicomprensiva si sperimenta l’ostacolo dell’arte contemporanea: troppo ancorata al valore astratto del proprio patrimonio simbolico, impossibilitata a mostrarsi al mondo in maniera tale da comunicare altro da sé, eppure schiava della comunicazione stessa, del sistema chiuso in cui l’arte acquista valore in quanto arte per l’arte.

Nell’epopea dell’io-artista raccontata da Oricci si distinguono tre movimenti che scandiscono la vita dell’uomo moderno: in primo luogo c’è la nascita e l’espansione delle proprie categorie cognitive, per l’uomo ipercontemporaneo si tratta della celebrazione del battesimo virtuale: «Il corpo si espande e si contrae al ritmo di questa città fatta di poligoni nudi. Disegno fiori che si dissolvono in polveri luminose». Il secondo movimento investe il campo delle relazione, e descrive l’incontro con l’Altro, la problematicità dei legami in un realtà in cui è la categoria rarefatta del simulacro a scandire i bioritmi del consesso sociale: «Con Andrea all’inizio ero ok al 35%. Poi siamo arrivati fino al 75%. Una percentuale davvero alta. Ma non è questo il punto. Era lei, il punto. La linea. La superficie». Consumare una storia d’amore significa interrogarsi sulle potenzialità del proprio corpo, scontrandosi con le antinomie di un universo immateriale – quello della mente – che deve convivere con il (o che vede il suo limite nel) piano della materialità. Il terzo movimento si pone come la sintesi dei primi due: dallo scontro fra io e Altro nasce il trauma della perdita, poiché il tempo accade sempre e tutte le cose vanno verso la disgregazione – e dunque anche nella nostra realtà totale, che fa dell’evanescenza dell’immagine l’elisir per l’immortalità, non si può evitare al tempo di scorrere. La fine della Storia nasconde la Storia della fine: questo sembra testimoniare il narratore di Oricci che si interroga sulla solitudine, sulla morte, sul compimento dei propri legami e sulla rottura con l’Altro: «Oggi la morte del corpo non è un’opzione, mentre volare nello spazio lasciandosi dietro una cometa di scintille sì. Potrei diventare un frame in uno zootropio, deformato, ripetuto e sottile. Oggi il processo è iniziato, ed è irreversibile: c’è la mia bara di plexiglass in attesa di accogliermi ancora una volta, anche se non sarà più lo stesso gioco: niente più REZ, rinascerò in My second birthday, e sarà per sempre».

Più che come un romanzo, il lavoro di Oricci dovrebbe essere letto come l’antologia di un poeta zen. La direzione intrapresa si distende parallela a quella di Tom McCarthy in Satin Island, lo scopo è quello di pervenire a un qualche tipo di ontologia del presente. Se per l’autore inglese lo strumento adoperato – almeno in forma di escamotage narrativo – è il campo dell’antropologia, Oricci traffica con gli strumenti dell’arte. In entrambi casi lo spaesamento diviene meditazione, il presente non si palesa più come momento di massimo caos, ma come fitta trama di geometrie complesse che abbagliano per l’infinità di intersezioni. Sta allo scrivente – e anche al leggente – ingegnarsi per abbozzare una mappa.

 

(Sergio Oricci, Cereali al neon, Effequ, 2018, pp. 154, euro 13)
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LA CRITICA

Una narrazione per istantanee che si legge come una silloge di meditazioni sul nostro tempo e sulla relazione fra uomo e mondo contemporaneo.

VOTO

8/10

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“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

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