La letteratura delle macerie

“Hamburg” di Marco Lupo

di / 25 settembre 2018

Copertina Hamburg di Marco Lupo

Le miserie della letteratura contemporanea sono ben note: ogni giorno le nostre librerie sono inondate di drammi privati di ogni sorta (se qualche anno fa andava il memoir sulla morte del padre, oggi va l’autofiction sulla nascita del figlio), romanzetti insulsi sulla vita borghese (che nessuno conosce più), gialletti stitici buoni per tutte le stagioni. Quasi verrebbe da difendere le biografie degli youtuber: nel loro essere universalmente odiate ci liberano dalla pomposa retorica che accompagna il lancio di questo o quell’altro libro.

Marco Lupo fa il libraio, deduco che abbia una discreta dimestichezza con le opere di cui sopra. Marco Lupo è anche un signor letterato, per questo ha dimestichezza con un canone particolare, talmente privato da diventare la carne del suo romanzo d’esordio. Hamburg (il Saggiatore, 2018) parte proprio dal dato autobiografico (debitamente trasfigurato): un gruppo di cacciatori di libri gravita attorno a una libreria nel tentativo di recuperare la produzione del misterioso M. D., scrittore maledetto autore di Hamburg e Uomini cavi. Quello che sembra un romanzo di ascendenza borgesiana muta ben presto in racconto storico. Il focus del romanzo non è la ricerca di questi testi, ma la ricostruzione del passato dell’autore attraverso i suoi libri.

L’architettura predisposta da Lupo è tanto semplice quanto efficace: a un certo punto smettiamo di seguire le vicende dei cercatori, e ci immergiamo direttamente nei testi dello scrittore. Ecco che il romanzo ne contiene tanti altri, storie che si dipanano nella ferita mai sanata della Seconda guerra mondiale. Ben presto sorge il dubbio nel lettore che quelle raccontate nei libri di M. D. non siano storie di fantasia, ma il tentativo – da parte dell’autore fittizio – di recuperare la propria memoria perduta. Si potrebbe obiettare che ci troviamo di fronte al più classico dei meccanismi di autofiction, vero, ma la bravura di Lupo sta proprio nel mantenere alta l’attenzione, evitando l’autoreferenzialità dell’invenzione formale insistita. Il punto di vista del narratore cambia spesso, le storie si intrecciano, formano un’epopea che è quella dell’uomo quando deve combattere un altro uomo. L’esperienza della guerra viene resa nella sua universalità, dando conto degli spostamenti militari attraverso l’Europa, raccontando storie private, intessendo la narrazione di aneddoti e ripescaggi colti.

I numi tutelari di Lupo sono Sebald e il più recente Énard: dal primo riprende la letteratura come confronto con il documento, l’invenzione come collante fra due schegge di realtà giustapposte nel meccanismo della narrazione; dal secondo la divagazione colta come metodo di accumulo, Lupo risulta ipercolto senza essere pedante, per questo evita le trappole di una scrittura fredda, seminando sul percorso tante parabole sugli scrittori amati (Cendrars, Lowry, Leiris, Nossack) ci fa sentire la partecipazione emotiva dell’autore che si misura con i maestri, lo scontro con il moloch della letteratura – Antonio Moresco avrebbe detto «l’adorazione e la lotta». D’altronde la prosa di Lupo è abbastanza calibrata da muoversi egregiamente fra riferimenti delicati, che avrebbero schiacciato un autore meno avveduto. Non stiamo maneggiando la prosa di un esordiente, la precisione e la pulizia sono quelle dell’autore maturo: «Questo è il ritorno, se sei un esule, sei hai abitato molte case, se conosci la confusione delle lingue affastellate nei ricordi, se chiudi gli occhi e ti rivedi bambino, se ti imma­gini nella stessa posizione di trent’anni prima, coperto e riscaldato come se il vento del Nord potesse gelarti la pelle e trasformarti in pietra, se lasci muovere quella sostanza che unisce il battito del cuore agli occhi in movimento, se la lingua ti aiuta e trasporta parole dimenticate che escono come fumo dalle labbra».

Ricorre per tutto il libro l’espressione “letteratura delle macerie”, le macerie del Novecento raccontato, quelle della nostra cultura atomizzata, le macerie della contemporaneità alla deriva, o le macerie salvifiche della nostra anima fra cui è ancora possibile celebrare il rito dell’incontro. Tra le molte accezioni di macerie si muove Lupo, come uno sciamano che vuole accendere un fuoco in ogni anfratto del tempio, in modo che i resti di un antico culto tornino a splendere di vita illusoria. Tra queste macerie ci aggiriamo meravigliati, seguendo la scia dell’autore e partecipando al viaggio iniziatico. Ancora una volta – non l’avremmo mai detto, eppure, guarda un po’, ci caschiamo sempre – l’incantesimo della parola ci rapisce, torniamo a riporre fiducia in questa benedetta letteratura. Fatevi un regalo, approcciate questo libro, rendetevi conto di quanto ancora può sussurrarvi la parola scritta.

(Hamburg, Marco Lupo, il Saggiatore, 2018, pp. 239, euro 21)
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LA CRITICA

Una storia fatta di storie che ci ricorda la molteplicità del gioco letterario e la meraviglia del viaggio iniziatico.

VOTO

9/10

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