Lasciare sul più bello

“Il vizio di smettere” di Michele Orti Manara

di / 19 novembre 2018

Se c’è una cosa che ho appurato sui racconti, è che sono merce potenzialmente a rischio. Rischio di caduta, per debolezza strutturale, difetti di fabbricazione sparpagliati in superficie, o imboscati nel fondo come nucleo inesploso. Rischio di esclusione dai criteri di scelta del lettore, perché è tutt’altro che semplice agganciare a stretto giro l’attenzione di un estraneo; e se per demiurgico incanto l’esperimento riesce, allora è seccante disaffezionarsi ai personaggi e fuoriuscire dalla storia e poi disarmarsi e ricominciare. Questo è quanto riscontrato, sia come consumatrice che come venditrice di libri. Oltre che come redattrice di articoli.

È un terreno sismico, pericolante, vulcanico. Su cui muoversi però può essere un’esperienza elettrizzante. Il rovescio dell’incerto è sempre la sfida. E quando capita ad esempio d’incappare in un breve testo di Kurt Vonnegut, Dino Buzzati o Flannery O’Connor, si ha la fulminea impressione di penetrare un ingranaggio, un meccanismo perfetto, oliato per ferirti nel respiro di otto pagine. È con quest’andatura travagliata, compressa nella gola tra attrazione e sospetto, che ho iniziato a leggere Il vizio di smettere (Racconti, 2018) di Michele Orti Manara.

Classe 1979, quindi ci piace ancora dire giovane autore, blogger di nepente, ghostwriter e social media manager in campo editoriale.  Abituato a maneggiare la scrittura come materia quotidiana, viva e sfigurante.

Si esordisce con Rantolo, breve dramma familiare stritolato in una notte: un padre e una madre angosciati dall’affanno del figlio che dorme, dal fischio ingrato che gli ronza dalla bocca. Feritoia di terrore da cui stilla tutto il fiotto del loro scontento, le asimmetrie in cui si specchiano ogni giorno. Quel sibilo è anche il loro, la spia fumante di un guasto in corso da chissà quanto. E dirottarsi in ospedale è l’istinto estremo di tamponare l’avaria, consapevoli che la crepa è ancora lì, a gelarti nell’ombra, anche quando il rumore si accuccia e il bimbo riposa.

Esistono pezzi che non s’incastrano più, «sarà il caso di smontarli per vedere se si tratta solo di un po’ di sabbia che ci è finita dentro o se sono arrugginiti e andranno cambiati, ma adesso è tardi, anzi è già mattina presto…» E l’elenco del da farsi si sfarina in mezzo all’alba.

Si scivola poi in uno dei più dolenti, Quello che non sono riuscito a scrivere, dove lo spartiacque tra il prima e il dopo della trama è la morte del fratello del protagonista. Linea di demarcazione, battesimo del lutto, reclutamento all’età adulta. Il ragazzo si ritrova sbalzato, anche lui dopo la corsa in moto che gli ha ucciso un segmento di vita ed è costretto ad abitare un vuoto, in casa, negli occhi, nell’impotenza di restituire appena più di qualche briciola di ciò che l’ha smembrato. Restano frammenti, granelli di memorie, un odore da grande che è ora è lui a indossare. La sigaretta offerta dal padre per fumare con un altro uomo, dopo che il primo lo ha lasciato, perché fosse ancora possibile riesumare un Natale.

E il titolo compendia l’intenzione e si spalanca come un’onda sul senso intero del narrato. Il non detto, l’indicibile, l’entropia del diluvio inespresso. Di cui si legge qualche goccia, affaticata sulla crosta.

Ho proseguito con Sulla colonna, brano tra i più lunghi del volume, con un protagonista adolescente e sgangherato, grandinato da asteroide in qualunque posto, sempre in disordine dentro ogni attimo, e ancora con I tacchi sul pavimento, storia d’amore indichiarato tra un giovane e il suo più caro amico, migrato in Brasile come aspirante fazendero. E accumulando passi e vicende, con Post it o Un posto vivibile, l’impressione non cambia.

In ciascuna dinamica, il destino dei vari capitoli è sempre lo stesso: tracciare uno squarcio, trovare un tessuto, inciderlo dove la pelle è più docile e lasciare che parli il crepaccio. Mai a lungo, mai del tutto. Senza mai provare a ricucire la fessura. La storia termina, ma non si chiude. Resta a colare sangue, a sfebbrare oltre il finale. Aperta a qualsiasi direzione, a qualunque (mancata) salvezza.

Tratto comune a tutti gli episodi della raccolta è questo costante impulso di sospensione, di assenza di risposte. L’avvenimento è un organo scoperto, su cui si rovesciano intemperie a cui spesso è possibile opporre un rimedio. Ma lo strappo più segreto non è fatto per essere sanato. Il dolore galleggia, la debolezza si sbraccia, il conflitto resiste come entità incomunicata. Ogni protagonista è la somma delle sue mancanze, dei singoli obiettivi irrealizzati, dalla pioggia molesta dei tiri mancini. Lo afferma chiaramente lo stesso Orti Manara: «Alcune di queste sorprese sono imprevedibili, dispettose e inspiegabili come poltergeist. Altre sono frutto di scelte sbagliate, comportamenti discutibili, errori di valutazione». E ancora: «una cosa che mi ha sempre affascinato della letteratura è che dopo l’ultimo punto fermo, tutto sommato, ogni cosa è ancora possibile».

Se nei casi degli autori sopra citati, come anche di Bernard Malamud o di Alberto Moravia, si tratta di congegni impeccabili, manufatti eccellenti di sconfitta e inettitudine con un corpo perfetto e ben definito, qui incontriamo una collezione di orologi rotti, disegnati appositamente per esibire il danno. E la possibile, non svelata soluzione.

Con un linguaggio chirurgico, asciutto, di ritmo giornalistico, Orti Manara non ci lascia mai sazi a fine lettura. Ci pervade un retrogusto d’inconcluso, di amaro prurito. La coscienza che siamo solo sostanza incompiuta. Secondo Niccolò Ammaniti «il racconto è la passione di una notte». Il vizio di scrivere è una notte in cui il maledetto sonno incombe sempre a metà incontro.

 

(Michele Orti Manara, Il vizio di smettere, Racconti, 2018, pp. 170, € 14.00)
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LA CRITICA

Con la sua ultima raccolta di racconti, Michele Orti Manara propone una carrellata di opere aperte,  snelle, pulsanti, geneticamente destinate all’incompletezza. Con lo stesso seriale vizio di smettere la trama nel momento in cui si sta gonfiando.

VOTO

7/10

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