La Resistenza e un futuro da cui fuggire

“La paga del sabato” di Beppe Fenoglio

di / 21 gennaio 2019

La paga del sabato ha rischiato di non venire mai alla luce. È il 1950 e Beppe Fenoglio ha ventotto anni, quando sottopone il manoscritto a Einaudi che lo affida alle cure di Italo Calvino. Lo scrittore invia una lettera a Fenoglio nella quale recensisce il romanzo giudicandolo talvolta «trascurato nel linguaggio» ma anche capace di «centrare situazioni psicologiche particolarissime con una sicurezza che mi sembra davvero rara». Sebbene Calvino descriva La paga del sabato elencandone i tanti pregi sommati ad alcuni difetti, Fenoglio interpreta il giudizio finale come una bocciatura e rimette il romanzo nel cassetto.

Dovranno passare diciannove anni prima che a queste pagine venga accordato l’onore della pubblicazione, ma purtroppo – come per Il partigiano Johnny – Fenoglio non è vissuto abbastanza da sfogliare questo libro fatto e finito. Un romanzo che in poco più di cento pagine condensa tutti i temi che troviamo nei testi più maturi dell’autore: insoddisfazione, amore, libertà, disillusione e, ovviamente, la guerra partigiana.

La paga del sabato vede come protagonista Ettore, un giovane che ha preso parte alla Resistenza e che ora deve reinserirsi nella società civile. Incapace di rassegnarsi alla monotonia di un lavoro modesto, s’impegna in attività criminose associandosi con Bianco, anch’egli ex-partigiano. Quando decide di abbandonare gli affari per sposare Vanda e mettersi regolarmente in proprio, andrà in contro a un destino tragico.

Si tratta di un romanzo neorealista che contiene tutti gli elementi tipici della corrente postbellica (l’ambientazione paesana, la Resistenza, la realtà piemontese veicolata attraverso un peculiare utilizzo del linguaggio) che Fenoglio arricchisce con una parte legata all’interiorità del personaggio principale e alle sue relazioni con chi lo circonda. Ettore sembra non sapere cosa sia l’amore se slegato dalle briglie della violenza. I due rapporti umani più profondi e significativi sono quello con la madre e quello con Vanda, la donna di cui è innamorato. Nel primo caso, madre e figlio si scontrano continuamente sui problemi della vita quotidiana, lei vorrebbe vederlo lavorare e dare una mano in casa, lui sembra indignarsi di fronte alla venalità della donna, e si sente incompreso nel suo stato di ex-partigiano ora costretto rassegnarsi a una vita civile. Ogni dialogo che i due hanno è uno scontro, che però termina con una dimostrazione d’affetto da parte di Ettore talmente intensa da sfiorare i confini con la violenza: «Ettore corse addosso a sua madre, la prese per le spalle, nascose la faccia nei suoi capelli vecchi, lei lottava e puntava le ginocchia, gridava».

Il protagonista sembra incapace di mostrare affetto in altro modo: anche il rapporto con Vanda mette in scena momenti di dolcezza profonda e violenza incontrollabile: «Non riuscivano a staccar le mani, si facevano male per non lasciarsi andare, poi si staccarono con una specie di strappo, se ne andarono oppostamente».

Questo amore violento potrebbe essere visto come il risvolto più intimo della Resistenza. Ettore, così come Fenoglio, è stato partigiano, ha quindi scelto di combattere volontariamente per un ideale. In una visione romantica, forse addirittura naïve, delle vicende partigiane, diremmo che Ettore è andato in guerra per amore di un’idea, collegando questo sentimento in maniera molto profonda alla violenza che, di fatto, costituisce la natura di ogni battaglia.

Ma il macro-tema della Resistenza introduce anche quello della libertà che in Fenoglio si manifesta come valore assoluto e che il protagonista ricerca strenuamente nei vari ambiti della sua vita. In primo luogo, Ettore non accetta di rassegnarsi a un qualunque lavoro dipendente: «Mi facevano portare il calcestruzzo dalla betoniera a dove faceva di bisogno, […] io da partigiano comandavo venti uomini, e quello non era un lavoro da me». Adotta anche una visione estremamente critica verso chi si sottomette alle regole della fabbrica, ed è nel frangente in cui Ettore osserva i lavoratori varcare il cancello dell’impresa che Fenoglio ci dona una delle più belle pagine di questo libro, in cui la voce dello scrittore emerge in tutta la sua misurata grandezza: «Ecco là gli uomini che si chiudevano fra quattro mura per le otto migliori ore del giorno […] e alla sera uscivano da quelle quattro mura, con un mucchietto di soldi assicurati per la fine del mese, e un pizzico di cenere di quella che era stata la giornata». Se Ettore decide di impegnarsi nelle attività criminose che gestisce Bianco è solo perché in questo modo può lavorare dominando il prossimo e mantenendo allo stesso tempo il controllo su se stesso. È come se Ettore dovesse sempre sentirsi la vita in pugno. Questo lo rende in definitiva un libro sulla libertà. Libertà di dominare il destino, libertà di amare secondo il proprio istinto, libertà di combattere per ciò in cui si crede.

Beppe Fenoglio scrive questo libro mentre è impiegato come corrispondente per l’estero di un’azienda vinicola di Alba. Alcune pagine del manoscritto sono redatte sulla carta intestata dell’azienda. È impossibile non pensare che Fenoglio scrivesse per fuggire a un destino di lavoratore dipendente che percepiva come imposto dalla società per cui aveva combattuto. Quando Beppe scrive delle avventure di Ettore è come se permettesse a se stesso di vivere una seconda vita nella quale tutte le decisioni che prende il protagonista sono all’insegna della valorizzazione dell’Io. Un po’ come vorremmo fare tutti, quando sentiamo che le situazioni in cui ci troviamo proprio non ci appartengono. E allora Fenoglio scrive, scrive un romanzo amaro ma liberatorio, che ha rischiato di non venire alla luce, ma che per fortuna possiamo sfogliare ogni qualvolta ci sentiamo in prigione.

(Beppe Fenoglio, La paga del sabato, Einaudi, 1969)
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