Quando il romanzo di formazione rimane in sospeso

“L’assassinio del Commendatore. Libro primo” di Murakami Haruki

di / 5 febbraio 2019

Copertina “L’assassinio del Commendatore”. Libro primo” di Haruki Murakami

A volte i personaggi di Murakami sembrano alieni da sentimenti, apatici, indifferenti, incolori, per parafrasare uno degli ultimi lavori dello scrittore giapponese, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (Einaudi, 2014), non una delle sue prove migliori.

L’attesa, per i lettori di Murakami, si era fatta dunque spasmodica e speranzosa che il nuovo cimento dello scrittore giapponese fosse all’altezza, se non meglio, di 1Q84 (Einaudi, 2011 e 2012).

Il nuovo romanzo L’assassinio del Commendatore. Libro primo (Einaudi, 2018) per molti versi gli somiglia, ma molte sono anche le differenze. Il lettore che viaggia nelle sue pagine viene aggredito da un mondo di immagini e caratteri in cui ogni pezzo della storia si incastra nell’altro creando un mosaioco tanto arzigogolato quanto coerentemente e in modo calcolato strutturato con la tecnica del cliffhanger, cioè con la chiusura dei capitoli rinvigorita da colpi di scena ed effetti di suspense. Del resto è nota l’abilità di Murakami nel creare un clima di grande attesa nel lettore muovendo da fatti apparentemente insignificanti che però si caricano di forza drammatica quando entrano in risonanza con la psicologia dei personaggi.

Il libro procede per momenti puramente intimisti e momenti surreali (fantasmi, mummie, una misteriosa creatura che vuol farsi chiamare «idea» e che solo il protagonista è in grado di vedere e sentire, etc.). Gli ingredienti per il mystery ci sono tutti e il suono di una campanella che si ode di notte non fa che accrescere la componente gotica del romanzo. Ma si cambia troppo spesso registro e l’azione rallenta.

Il protagonista è un anonimo artista trentaseienne, specializzato in ritratti, che dopo sei anni di matrimonio viene lasciato dalla moglie. Disorientato si mette in viaggio sulla sua Peugeot 205 verso Tōhoku e l’Hokkaidō: «Troppe cose nelle quali ero coinvolto erano rimaste irrisolte, mi sentivo senza un appiglio saldo. Avevo l’impressione che più cercavo di semplificarmi la vita, più la situazione diventava complicata e incoerente».

Dopo la separazione si sente spaventosamente solo e dipingere diventa un modo per fare i conti con se stesso, i suoi ricordi e con il vuoto che lasciano la morte o il distacco dalle persone che amiamo: «Pure a me piacerebbe capirmi. Ma non è facile. Per questo dipingo».

Questo cambiamento, apparentemente comune a molti al giorno d’oggi, suona come un capovolgimento nella vita del protagonista, che però lui decice di vivere in pieno stile Murakami. Si ha come l’impressione di uno scollamento dalla realtà e la storia sembra prendere le sembianze di una rievocazione onirica, sempre in bilico tra concretezza e astrazione fantastica. E qui entra in gioco la straordinaria capacità visionaria dell’autore che risolleva la vicenda dai suoi momenti di stanca.

Il tema dello shining, del luccichio, è onnipresente ed è proprio a Stephen King che fa pensare quando il pittore accetta di vivere in una casa appartenuta a un famoso artista della corrente nihonga, Amada Tomohiko, in una zona collinare a Sud di Tokyo, in cui presto si verificano fenomeni soprannaturali. Nel sottotetto il protagonista si imbatte in un quadro che ritrae la famosa scena del Don Giovanni di Mozart: L’assassinio del Commendatore, appunto. Che significato dare alla scena? È forse legata al passato del suo creatore?

D’altronde l’arte è anche questo: la possibilità che il passato torni. In quel passato è possibile frugarci come un detective selvaggio perché nel passato spesso si nascondono alcune chiavi per interpretare il presente.

Il terzo personaggio principale è Menshiki (in giapponese significa “senza colore”), versione giapponese e surreale di Jay Gatsby. Murakami del resto ha confessato di essersi ispirato a Francis Scott Fritzgerald di cui è traduttore in Giappone in un’intervista in cui dava anticipazioni su questo suo nuovo lavoro.

Attraverso la sua richiesta di farsi fare un ritratto Menshiki cambierà la vita del pittore senza volto per sempre.

Si tratta di un enigmatico signore di una certa età, piuttosto benestante, arricchitosi con investimenti nel campo dell’IT e senza una famiglia propria. Vive infatti solo in una villa posizionata sull’altro versante della collina rispetto alla casa del giovane pittore: «Quando la villa bianca scomparve alla vista, tutto quello che vi era avvenuto quella sera mi sembrò accaduto in sogno. Poco per volta non riuscii più a capire cosa fosse normale e cosa no, cosa fosse reale e cosa no».

Verso la fine di questo primo libro, veniamo a sapere che anche Menshiki in passato è stato innamorato e che quell’amore potrebbe anche aver lasciato i suoi frutti.

Si tratta di tre uomini incompleti, che vivono di arte e che ricercano se stessi attraverso l’arte e hanno perso l’amore di una donna. C’è anche qui una fortissima componiente erotica tipica di Murakami che analizza le dinamiche dei rapporti fra uomo e donna.

Anche in questo nuovo libro le due anime dell’autore, quella surreale e grottesca che sfida il nonsense, onirica e quella più realista, intimista ma spesso anch’essa surreale, sembrano convivere insieme. Il risultato non è pienamente convincente ma aspettiamo il secondo volume per dare un giudizio definitivo.

 

(Murakami Haruki, L’assassinio del Commendatore. Libro primo, trad. di Antonietta Pastore, Einaudi, 2018, pp. 424, euro 20)
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LA CRITICA

Si tratta dell’ennesimo libro di formazione che lascia in sospeso e molti quesiti e fa rimanere sbigottiti. Attendiamo il secondo libro.

 

VOTO

6,5/10

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