Il corpo, la Storia, l’ossessione

A proposito di “Il regno dei fossili” di Davide Orecchio

di / 3 febbraio 2020

Copertina di Il regno dei fossili di Davide Orecchio

Dirò una banalità: Davide Orecchio è uno degli autori più interessanti del panorama contemporaneo. Non solo perché in grado di maneggiare una lingua complessa, ma anche per visione e capacità di intessere una poetica riflessiva, volta a definire ciò che è la letteratura oggi.

Sin dal suo esordio – Città distrutte Orecchio ha cercato di colluttare immaginazione e Storia, vertigine dell’archivio e fascinazioni aliene. Non si tratta, come da prassi postmoderna, di giustificare le possibilità della finzione tramite le pietre di inciampo del documento, come invece avviene in generi quanto mai in voga quali non-fiction e autofiction. Espedienti tali – arrivati ormai a un certo grado di frequentazione, e quindi di usura – finiscono con l’invalidare realtà e finzione, rendendo inservibile le capacità ermeneutiche di entrambe.

Al contrario in Orecchio il gioco è scoperto: è la finzione a porsi in rapporto dialettico con la Storia, risolvendo il conflitto non sul piano di una contro-storia “più vera del vero”, ma su un piano estetico che liberi le potenzialità utopiche e immaginative di ogni evento realmente accaduto. In Città distrutte questo è evidente: il gioco borgesiano di fonti vere e fittizie serve da corollario per le biografie infedeli orchestrate dall’autore, che interessano tutte momenti precisi e importanti della storia. Una visione poetica avanzata anche in Mio padre la rivoluzione dove, a far da matrice storica è l’idea di comunismo, concetto applicato nelle sue più svariate forme, e vagliato dall’autore persino in ipotesi fantascientifiche.

In Il regno dei fossili (ilSaggiatore, 2019) la ricerca di Orecchio prende corpo ulteriormente, saldando i vettori del reale, dell’onirico e dello stile raffinato in un orizzonte unico, ricco di riverberi poetici quasi estranei alle categorie della prosa.

Al centro della narrazione c’è la figura di Giulio Andreotti, un prisma da cui si irradia la molteplice matrice del romanzo. L’Andreotti di Orecchio è corporeo ed evanescente allo stesso modo, artefice della storia della Prima Repubblica e vittima della consunzione del tempo.

Come abbiamo detto a Orecchio interessa liberare le potenzialità immaginative insite nell’ipotesi storica, la figura di Andreotti è il lasciapassare per mondi ulteriori: la narrazione, tramite il suo diario fittizio, ripercorre le vicende di un cinquantennio di storia italiana che intreccia complesse dinamiche di potere e passaggi mai chiariti della cronistoria istituzionale.

Ma non è il viatico per il solito romanzo delle stragi, in Orecchio l’arco narrativo prende una piega diversa, fantascientifica, tesa all’onirico. La corporeità di Andreotti si perderà lungo l’incedere delle pagine, complice l’avvicinarsi della morte e le azioni messe in atto per sfuggire a essa. Rimarrà solo una voce, come l’incarnazione della coscienza ubiqua, il fantasma del potere liberato dalle vestigia mortali, che testimonierà la ferita italiana tramite la propria presenza ectoplasmica.

Dicevamo: un romanzo senza centri. Alla vicenda di Andreotti si lega quella di Albina, una ragazza che idolatra il politico, non tanto per ciò che è, ma per come si irradia nel panorama dei rapporti di forze degli anni Settanta, Andreotti è un corpo vivo, eppure è anche simbolico, è il referente di ogni desiderio di dominio, o di sottomissione. A suggerircelo è la coscienza di Albina e la dialettica che mette in atto con i suoi due amanti: Simone, uno studente che vorrebbe laurearsi proprio con una tesi su Andreotti, e che si lascia sedurre dalla ragazza, e dall’altra parte il suo professore, il barone accademico che domina Albina psicologicamente ed emotivamente, un referente in sedicesimi, reale, del desiderio di potere che lei esprime al massimo grado nell’adorazione andreottiana. Le vicende di Albina si legheranno a quelle del politico, regalandoci una narrazione polifonica, giocata sulle ragioni delle vittime e dei carnefici, in una sorta di sismografia del desiderio.

A coagulare il panorama multiforme c’è una prosa imperiosa, chiusa in paragrafi fiume che funzionano da cellule narrative e che si tengono insieme tramite le catene del ritmo. Sembra quasi di leggere un poema in prosa, e allo stesso tempo di seguire su carta lo sviluppo materico di una narrazione che solo una penna così attenta riesce a rendere concreta, solida anche nei suoi passaggi più onirici o volti all’esplorazione dell’incorporeo. Il divenire della prosa sopravanza il farsi della Storia, non più mera cronaca dei vincitori ma, nella pratica dell’autore, corpo su un tavolo operatorio, attraversato dal bisturi del desiderio dei vari personaggi.

Ne viene fuori un’operazione particolare, capace di riaffermare il dominio ermeneutico della letteratura sul reale, perché proprio nel reale si origina la disfunzione simbolica, lo scarto di senso che la prassi estetica colma, trasfigura.

Viene da pensare che un giorno, attraversato questo periodo clandestino, l’opera di Orecchio sarà riscoperta come referto dei nostri tempi di lotta per l’affermazione della parola su un mondo che finge di aver abdicato a essa, allora libri come Il regno dei fossili saranno pietre angolari di qualcosa che non possiamo neanche immaginare.

 

(Davide Orecchio, Il regno dei fossili, il Saggiatore, 2019, pp. 290, euro 20, articolo di Giovanni Bitetto)
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