Un disturbo globale: luci e ombre nella Silicon Valley

“La valle oscura” di Anna Wiener

di / 19 gennaio 2021

Copertina di La valle oscura

«Perché sembrava così tabù, chiesi, trattare il lavoro come faceva la maggior parte della gente, come uno scambio di tempo e fatica contro moneta? Perché dovevamo fingere che fosse tutto così divertente?»

Anna Wiener ha appena compiuto venticinque anni quando decide di mettere nel cassetto i sogni di una carriera editoriale per affrontare una nuova avventura nel mondo del tech. Sulle prime sembra una parentesi, un modo come un altro per mantenersi in attesa di tempi migliori. Dopotutto, agli occhi di una ragazza dalla vita «instabile ma piacevole», reduce da un’esperienza sottopagata come assistente in un’agenzia letteraria newyorkese, l’universo delle startup si presenta come un settore nebuloso, quasi venale. Perché fare soldi, nella cerchia di giovani creativi frequentati dall’autrice, è diventato talmente difficile da apparire quasi squallido. Ma ben presto, quello che doveva essere un impiego tappabucchi in un nuovo portale di eBook a NY si rivelerà essere soltanto la tappa di partenza di un viaggio che condurrà Wiener verso l’Eldorado del tech: la Silicon Valley.

Sono queste le premesse di La valle oscura (Adelphi, 2020) un libro che, oltre a svelare i segreti di Pulcinella della cultura Google & Co., ha il pregio di raccontare molto del modo di vivere il lavoro della generazione che si è affacciata all’età adulta nel bel mezzo della transizione verso il digitale. Che cosa cercano queste persone? Che cosa chiedono ai loro impieghi?

Un lavoro ben retribuito, innanzitutto, soddisfacente da un punto di vista della realizzazione personale, si spera, in un ambiente informale e flessibile, possibilmente, con opportunità di crescita economica e di carriera. Per la generazione millenial soltanto la Silicon Valley può garantire tutto questo. Sconfitti in partenza dalla crisi, scettici nei confronti della politica e delle ideologie, traditi dalla voracità e dall’ottimismo di padri e madri che non hanno alcuna intenzione di farsi da parte, i figli del disastro economico si muovono nel mondo del lavoro tra disincanto e circospezione.

A tal proposito, impietoso è il quadro che l’autrice tratteggia del panorama editoriale, un settore al collasso che continua ad arruolare forze fresche con l’unica moneta ancora in grado di spendere: la reputazione.

«La verità era un’altra: non eravamo indispensabili. C’erano molti più laureati in letteratura inglese con un sostegno economico indipendente e sfilze di stage non pagati che posti liberi nelle agenzie letterarie e nelle case editrici».

«Gli unici modi per avere una carriera accettabile e di successo nel settore editoriale erano, in apparenza, ereditare un po’ di soldi, fare un buon matrimonio, oppure aspettare che i colleghi lasciassero il lavoro, o morissero».

Di fronte alla consapevolezza di valere «cinque volte il divano nuovo dell’ufficio», restano soltanto ego e amor proprio, l’illusione di essere parte di qualcosa, di svolgere una mansione culturalmente rilevante, avulsa dal profitto e dai facili entusiasmi tecnofili.

«Tra i miei amici creativi e anticonformisti sembrava scaltro e cinico mostrare curiosità per gli affari. […] Alcuni sfoggiavano provocatoriamente vecchi cellulari a conchiglia senza accesso a Internet, preferendo chiamare quelli di noi che avevano un lavoro d’ufficio ogni volta che erano in giro e avevano bisogno di indicazioni stradali».

E proprio su questo ricatto aspirazionale basa il suo business la prima start-up che assume Anna, un’impresa fondata da tre splendidi ventenni ideatori di un’app che «non serviva tanto a leggere, quanto a far vedere che eri il tipo di persona che leggeva».
A conquistare l’autrice è la ritrovata impressione di sentirsi utile, di dividere l’ufficio con persone che vedono in lei un potenziale e che possono garantirle un futuro, l’illusione di un appiattimento della struttura gerarchica. Un approccio morbido che la spinge al grande passo del trasferimento a San Francisco, direzione Silicon Valley, ufficio Soluzioni in una start up di analisi dati.

Agli albori dell’esplosione del fenomeno big data («non tutti sapevano perché avevano bisogno dei big data, ma tutti sapevano di averne bisogno»), i dubbi sulla neutralità della gestione di informazioni sensibili – siamo in pieno scandalo National Service Agency – sono sotterrati dall’euforica consapevolezza di star cavalcando la “buona onda”.

«Non ci consideravamo parte dell’economia della sorveglianza. Non riflettevamo sul nostro ruolo, non pensavamo al fatto che stavamo favorendo e normalizzando la creazione di banche dati sul comportamento umano […] Eravamo soltanto una piattaforma neutrale, un canale».

Se nel mondo editoriale vanno per la maggiore sfiducia e insicurezza, nell’universo tech si diffondono fanatismo aziendalista e dipendenza da straordinari.

«Se qualcuno non c’era, qualcosa non andava. Le ricerche dimostravano una scarsa correlazione fra produttività e orari di lavoro prolungati, ma l’industria tecnologica si alimentava dell’idea della propria eccezionalità; i dati non valevano per noi. […] Il lavoro si era incuneato nella nostra identità. Noi eravamo l’azienda e l’azienda era noi».

Dei molti temi toccati dal libro – il capitalismo della sorveglianza, la disinformazione e le fake news, le sottili forme di maschilismo nel settore tecnologico, la trasformazione di San Francisco – quello dedicato alla descrizione dello stile di vita promosso dalla Silicon Valley è senza dubbio il blocco dal quale è possibile ricavare gli spunti più interessanti (talvolta anche involontari).

L’approccio del “tutto in uno” non è soltanto uno slogan per promuovere nuovi dispositivi che riuniscono in un solo strumento molteplici funzionalità, ma è una vera e propria filosofia che tocca da vicino fondatori e dipendenti. Nell’ambigua convergenza tra vita privata e lavorativa, ecco che lo spazio tra casa e ufficio va sempre più confondendosi: lo smart working si rivela presto un meccanismo per rendere i lavoratori isolati e sostituibili, mentre gli uffici somigliano sempre più a luoghi di svago dove suonare la chitarra a piedi scalzi e preparare cocktail diventano attività perfettamente ordinarie. Ecco che le uscite con i colleghi, la sera e nei fine settimana, somigliano sempre meno ad attività di innocente socializzazione e sempre più a strategie volte a monopolizzare il tempo libero delle persone. Ecco che il successo o il fallimento di un’azienda tocca punti sempre più profondi del lavoratore e della sua autostima.

«L’industria tecnologica mi stava rendendo una perfetta consumatrice del mondo che essa stessa stava creando».

«La Silicon Valley forse promuoveva uno stile di vita individualistico, ma su larga scala creava uniformità. (…) L’uniformità era un piccolo prezzo da pagare per cancellare la fatica di decidere. Liberava le nostre menti perché potessero applicarsi ad altro, come il lavoro».

Da questa presa di coscienza scaturisce la volontà di scendere dalla giostra. Riconquistare i rapporti umani, ritrovare entusiasmo nella politica, nella lotta per gli ideali in cui si crede veramente.

Tutto ciò sembra volerci raccontare Anna Wiener negli ultimi capitoli del libro. Io ce l’ho fatta, io ora sono libera. È veramente così? Basta rinunciare a un impiego ben retribuito per uscire dalla mischia? O il sarcasmo attraverso il quale l’autrice ci racconta uno spaccato inquietante ma per niente inconsueto di realtà è solo uno dei tanti meccanismi autoassolutori con i quali cerchiamo di considerarci in salvo dalle dinamiche omologanti e alienanti del capitalismo tecnologico?

È una delle domande più affascinanti che, forse inconsapevolmente, ci pone questo libro. Poveri millenials, poveri noi.

 

(Anna Wiener, La valle oscura, traduz. Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi, 2020, pp. 310, euro 19, articolo di Martin Hofer)
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