“L’importanza dei luoghi comuni” di Marcello Fois

di / 10 dicembre 2013

Un duello. Niente di più. E ovviamente niente di meno. Con le boscaglie e i pugnali incagliati nel mezzo. Non serve che colino altre definizioni. Questa è l’essenza del nuovo romanzo di Marcello Fois, L’importanza dei luoghi comuni (Einaudi, 2013).

Una stanza grande quanto un conflitto. Quello perenne tra Alessandra e Marinella, più che sorelle, con addosso quarantotto anni gemellari senza alcuna distensione. Hanno condiviso un ventre, nove mesi d’affitto coatto e poi solo rancore.

Alessandra ruggisce da subito, è la metà forte, diretta, incrollabile. Ha imparato a imporsi, ad affermare le sue azioni e a tradurle in soluzioni. Eccelle a scuola, soffia sicurezza, sa cosa desidera e se la procaccia. Marinella è il suo opposto, il negativo fotografico. Incerta, fragile, incapace di decidere e di concretizzare. Alta e larga quanto il suo fallimento, intrappolata nei vortici, nelle centrifughe delle sue costruzioni, tanto da inciampare più di quanto riesca a stare in piedi, tanto da non «seguire le sue vocazioni», dimenandosi ancora tra prestiti e case non sue.

Il luogo (comune) di scontro è il decesso del padre, evaporato quando erano bambine e ricomparso di forza attraverso la sua assenza.

Stavolta senza appello. Lo spazio di quell’occasione è la casa dove sono state piccole, dove sono state assieme, dove quel padre era ancora di carne, dove si è specchiato senza guardare il corridoio.

Dove la morte costringe a confrontarsi con la vita. Così quelle sono pareti di un’arena.

E Fois intorno ai loro scambi edifica e spande una tensione ferina, a cui partecipa ogni tassello dell’ambiente: «Le donne si fissarono giocando al massacro silenzioso di stare a vedere chi per prima abbassasse gli occhi. Fino a quando tutti i rumori si spensero, come nelle fiabe africane, quando […] le vittime riposano. Quando i bipedi riprendono a calpestare la terra, armati, guardinghi, assassini, attenti ai fruscii, ai versi, ai richiami. In quelle albe ogni suono è come un’attesa». Nel teatro la scenografia non resta a guarnire i muri, si schiera in campo, innalza i toni e le temperature. È un attore, o meglio, un attante, un contrappunto, un controcanto.

E l’intera vicenda fluisce come una pièce con tanto di coro, un dialogo serrato in cui gli estremi si rovesciano, in cui Alessandra non è poi così invincibile e Marinella forse non così friabile. In cui in un attimo la rabbia deflagra, gli equilibri si frantumano per tornare al loro posto, in «un gorgo oscuro, schiumoso, nel borbottio del non detto», dove tutto può “gattopardianamente” cambiare a tal punto da non cambiare affatto.

Dove un’isola sbuca all’improvviso dal nulla acquoso per rituffarsi giù svanendo alla vista della gente. Come se niente fosse. Come quel padre non pronto a esserlo.

Fois ritrae il rapporto tra sorelle, il fluido costante di amore/odio che passeggia sopra e sotto pelle, come negli ultimi anni ha già fatto Jodi Picoult con La custode di mia sorella (Corbaccio, 2005) e come ci hanno raccontato, strette sul focus delle gemelle, Brunonia Barry in La lettrice bugiarda (Garzanti, 2009) e Cinzia Bomoll in Lei che nelle foto non sorrideva (Fazi, 2006).

Sorelle come volti di una stessa moneta, doppi di un unico dolore, disegnati con la raffinatezza consapevole e maestosa che Fois non lesina mai nelle sue storie. Schegge di «tristezza cremosa» e «ombre pluviali».

Seppur distante dall’incisività narrativa di Stirpe (Einaudi, 2009) o di Nel tempo di mezzo (Einaudi, 2012), L’importanza dei luoghi comuni offre nella sua brevità frantumi intensi, cocci che graffiano.

La coscienza di un sangue che è lo stesso per due esistenze distinte.

E che sporca i vestiti, anche se resta nelle vene.

(Marcello Fois, L’importanza dei luoghi comuni, Einaudi, 2013, pp. 152, euro 12,50)

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