“Il regno degli amici”
di Raul Montanari

di / 8 luglio 2015

William Golding è stato maestro di scuola elementare. E durante la sua coabitazione con l’infanzia, di piccole lancinanti perfidie tra scolari deve averne viste in abbondanza. Tanto da far confluire la sua disillusione sull’innocenza da latte in un’opera di smascheramento magistrale intitolata prima Strangers from within e poi Il signore delle mosche. Un gruppo di bambini si catapulta da superstite in un’isola priva di altre impronte, pronta e nuda per la loro libertà, ma l’assenza di ogni cappio autoritario innesca tra loro solo una catena di soprusi verso il più indifeso, un piano inclinato di barbarie in cui zampilla la vera natura umana, che di gradevole non ha neanche l’odore.

Di Rousseau e della sua sperticata bontà originaria, ovviamente, non pervengono tracce. Ma il risultato della solitudine può anche essere diverso. Forse.

Il regno degli amici (Einaudi, 2015) di Raul Montanari prospetta uno scenario ideale per molti adolescenti. Almeno per quelli di ieri, senza dito incollato a uno schermo da eccitare.

Estate dei mondiali, quelli del 1982. Il sedicenne Nicodemo sguazza nel ventre di una Milano accaldata, quando apprende la notizia che i suoi genitori partiranno verso un fresco montano e distante. Lasciandolo sciolto e ovviamente euforico. La città è sua, o meglio, una minuscola costola selvaggia e disabitata può diventare il suo feudo oltre che la sua vacanza. C’è una casa spopolata sulla Martesana, un terreno sgombro e sguarnito che aspetta di essere vissuto. Ma per farlo Demo ha bisogno degli amici, altrimenti non sarebbe un Regno autentico. E gli amici non mancano. Fabiano è il suo alter ego, la greca bellezza di riccioli neri e sorriso spietato che Demo sente di non poter sfiorare, coi suoi cespugli di acne sul viso. Fabiano è sicuro e gonfio di successi con l’altro sesso, fonte d’invidia e d’ispirazione. Sono loro il nocciolo duro, la relazione primigenia attorno a cui orbita il gruppo. «Era divertente vedere come ci interessavamo ognuno alle predilezioni dell’altro, con squisita cortesia, e anche se stavamo proprio agli antipodi, capitava ogni tanto che facessimo visita nei rispettivi mondi».

E poi c’è Elia, ribattezzato il Profeta, impastato di muscoli e di sentenze epocali, di cui spesso non si agguanta bene il senso. In questo triangolo perfettamente rodato, com’è giusto che accada in ogni narrazione, subentra il disordine. Sotto forma dei “cattivi” e dei “nuovi”. I balordi sono due criminali di periferia, mentre i nuovi sono le due V: Valli e Velardi.

Valli è una ragazzina che pesca nel fiume, una ninfa in salopette che dorme su un albero e affabula gli occhi di tutti, esplicitando un contrasto imboscato tra Demo e Fabiano, mentre Velardi è l’amico appena arrivato, un tipo arguto e misurato che sembra non sbagliare un colpo. È lungo il mese di agosto e si tramuta per tutti in un rito di passaggio, un momento d’iniziazione in cui ognuno troverà il suo approdo, con l’amore, col pericolo, con le regole, ma soprattutto con se stesso.

«Certo, la sequenza dei fatti di quell’agosto dell’82 fu così insolita fin dall’inizio,con la conquista del Regno degli amici, e proseguì fino a culminare in eventi così drammatici che credo davvero di avere ogni cosa incisa nella mente nell’ordine esatto in cui accadde».

È Demo a sciorinare il racconto, in un diario aperto al lettore, al riparo degli anni trascorsi che gli hanno offerto un angolo lucido di osservazione e una verità inattesa. Brusca, sgradita. Il brullo risveglio dell’età adulta. Un finale in realtà afferrabile già molto prima della sua rivelazione, ma l’elemento dominante e più apprezzabile del romanzo è certamente il clima di cui è intriso, quella gioia inviolata e onnipotente dell’amicizia adolescente, un Regno con le proprie leggi, con l’incanto di musica rock e di cibi salati, dove il senso del proibito sfila attraverso uno stereo rombante e una colonna di riviste porno.

C’è la paura e c’è la smania di crescere, il desiderio insofferente e rigoglioso di essere all’altezza di un futuro sconfinato, l’aspra consapevolezza che maturare significa impadronirsi di una terra assolata e poi abbandonarla, come la casa sulla Martesana. Non occorre il fuoco, come nel caso del furore apocalittico del racconto di Graham Greene I distruttori. Basta la vita con le sue scelte a incenerire i passi, a bruciare la propria culla e i primi amori.  Verso altri letti, verso altri regni.

(Raul Montanari, Il regno degli amici, Einaudi, 2015, pp. 316, euro 18)

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LA CRITICA

Romanzo d’iniziazione. Amaro e coinvolgente. Un triangolo di amici in cui irrompe l’amore, il confronto, il dovere di scegliere tra bene e male.

VOTO

7,5/10

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