Lollapalooza, Berlino, 11 Settembre 2016

Racconto di un giorno di festival

di / 22 settembre 2016

Treptower Park è immenso. Giorni fa ho dato più di un’occhiata su Google Maps. Più piccolo del Tiergarten, ma comunque una bella fetta di verde. Si sviluppa nella zona sud-est di Berlino, Alt-Treptow. Ho letto che all’interno c’è un grande memoriale dedicato ai soldati dell’Armata Rossa.  Peccato non poterlo vedere. Sono le undici e mezza e siamo appena arrivati. D. e V. mi sembrano entusiasti di quello che stiamo per fare, ne abbiamo parlato molto negli ultimi mesi. I tornelli sono talmente tanti che nonostante ci sia moltissima gente non facciamo nessuna fila. Ai controlli, un ragazzone probabilmente di origine turca mi fa svuotare le tasche – sigarette, accendino, portafogli, qualche cartaccia. Non so se è autoconvincimento, ma qui in Germania mi sembrano parecchio tesi. E hanno tutti i motivi per esserlo. I recenti casi del tizio che a Monaco si è messo a sparare dal tetto e quell’altro afgano che ha preso a colpi di machete i passeggeri di un treno, hanno fatto sì che si rendessero conto di quanto possono essere vulnerabili – un esempio della tensione che si respira: il giorno prima, verso le undici di sera, un ragazzo completamente ubriaco stava scrivendo con una bomboletta spray qualcosa su un muro. Sono arrivati otto poliziotti per fermarlo, sembravano in tenuta antisommossa.

Nonostante mi sto portando  appresso questa tensione da quando sono atterrato, vedo nel ragazzone di fronte a me solo un ragazzone che ha su per giù l’età mia che mi fa qualche domanda in maniera molto gentile, mi chiede da dove vengo, gli rispondo, e quando capisce che sto solo lì solo per godermi una giornata di musica, mi sorride, mi dà un opuscolo con tutto il programma della giornata e mi saluta dicendo «Ciaomammamia» (Poco prima due ragazze mi hanno messo un braccialetto a righe bianche e rosse con scritto Lollapalooza. So che tra una cosa e l’altra non me lo toglierò fino a domani, e questo mi provoca una leggera ansia. Cercherò solo di non pensarci e di non stringerlo troppo).

Dentro c’è già più gente di quanto pensassi. Ci sono moltissimi ragazzi che, per evitare di dover comprare l’alcol al festival, si sono adoperati riempiendo di vino/ birra/superalcolici/non so cos’altro dei cartoni di succhi di frutta ai quali hanno legato una sorta di tracolla con scotch o lacci. Li avevamo notati già prima sul Ring che ci portava dall’appartamento a Treptower Park. Sono giovani e giovanissimi (molti qui dentro sono chiaramente minorenni) che con queste borracce fai da te camminano mezzi sbronzi e non è ancora mezzogiorno – non sono in grado di parlare dell’ipotetico tacito accordo con le autorità di questo escamotage, ma sarebbe interessante capire come sia possibile che nessuno dica o faccia nulla quando è chiaro che quelli che si portano appresso non siano succhi di frutta.

Mi sono riproposto di guardare, nel limite delle possibilità – suonano contemporaneamente su palchi diversi in aree diverse – ogni concerto. Cantanti o gruppi di cui non avevo mai sentito parlare o che conoscevo poco. È chiaro, sono qui per i Radiohead e James Blake, ma l’intento è quello di ascoltare il più possibile. Ci facciamo un giro per vedere un po’ com’è il tutto. Seguo D. e V. che si sono fermati di fronte a qualche bancarella. Puoi personalizzare la tua maglietta con la scritta Lollapalooza, farti dipingere la faccia come vuoi, coprirti di brillantini, farti tatuare un unicorno; e infatti è già pieno di gente con la faccia dipinta o coperta di brillantini o con il tatuaggio dell’unicorno. Ci spostiamo e andiamo verso l’area dove ci sono i due palchi principali. Si iniziano a vedere i primi ragazzi con magliette dei Radiohead: alcune sono ufficiali, altre no. Quelle che vanno per la maggiore sono quelle del tour di In Rainbows. Il palco principale è in una zona vastissima: avrebbero potuto fare il festival anche solo lì e nessuno si sarebbe lamentato. Ordiniamo una prima birra in uno dei tantissimi chioschetti distribuiti in tutto il parco. Paghi 4,50 Euro, ti danno un gettone, se riporti il bicchiere e il gettone ti restituiscono un euro. Comunque la vedi, è un sistema che funziona.

Sta suonando Aurora, di cui non ho mai sentito parlare. Rimango impressionato da un paio di pezzi. Ogni tanto passano ragazzi con dei fusti di birra sulle spalle, altre volte ragazzi che vendono sigarette portandosi dietro una bandierina con scritto, appunto, Cigarettes. Aurora è brava, ma è una Dolores dei Cranberries che gioca a fare il cosplay di Bat For Lashes.

Ascoltiamo un altro po’, guardo D. e V., facciamo qualche considerazione su quello che stiamo ascoltando, e decidiamo di fare un altro giro. Finiamo la birra, riprendiamo il nostro euro, ne ordiniamo un’altra.

 

Abbiamo fame. C’è un’infinità di posti dove mangiare, stand di tutti i tipi: difficile scegliere. Cinese, giapponese, vietnamita, thai, uruguaiano, messicano, kebab, pizza, wustel, hamburger. C’è di tutto. Ogni zona del parco è presidiata da stand. Sono talmente tanti, che non fai mai la fila – possiamo dire qualsiasi cosa sui tedeschi, ma a livello organizzativo sono davvero impressionanti: hanno tirato su un evento del genere in una maniera impeccabile. Comunque. Hai fame? Mangi immediatamente. Non c’è quel momento di esitazione che ti fa posticipare o anticipare il pranzo, nessun «aspettiamo un attimo e poi andiamo», oppure «mangiamo ora che altrimenti non mangiamo più».  Mi decido. Senza pensarci troppo ordino dal cinese un piatto di noodle – mi versano gli spaghetti in un cartone con disegnati draghi che volano sopra la Muraglia Cinese –, mentre D. e V. optano per una sorta di mini-calzone ripieno di funghi e ricoperto da panna acida. Ci fermiamo in uno dei pochi punti d’ombra rimasti e mangiamo mentre qualcuno ha iniziato a suonare su un qualche altro palco. Passiamo un’oretta a chiacchierare e ci accorgiamo che le persone iniziano ad aumentare. Ce ne accorgiamo dalla polvere che comincia a sollevarsi da terra. Decidiamo di alzarci, andiamo da qualche parte senza nessun obiettivo, se non quello di andare in bagno. Se il numero di entrate/tornelli era impressionante, il numero di bagni chimici posizionati come tantissime casette a schiera in un ipotetico paesaggio di una città dimenticata dal mondo, è davvero incredibile.

Non so quanta gente ci sia, ma fare neanche tre minuti di fila per andare in bagno in una situazione del genere ha dell’incredibile (incredibile è un aggettivo che mi viene spesso in mente mentre penso a come è gestito il tutto) – il fatto che non ci fosse la possibilità poi di un risciacquo continuo come sono abituato nei bagni chimici qui in Italia, o almeno quelli con cui ho avuto a che fare io, e di trovarmi una sorta di discarica davanti agli occhi non è proprio gratificante, il che potrebbe tranquillamente riequilibrare ogni cosa nella mia percezione della cosa, farmi ripensare al concetto di organizzazione impeccabile alla luce di una condizione igienica non proprio adeguata, ma il fatto che ogni tot passino aspirando tutto con delle pompe collegate a dei camion della spazzatura, beh, mi fa pensare che forse hanno trovato il modo con cui affrontare questo tipo di eventi. Chiedo a V. come ha fatto ad affrontare la situazione e lei mi risponde guardandomi sconsolata.

Vaghiamo un po’ per Treptower Park. Qualcuno sta suonando. Mi accorgo che sono gli Years & Years e chiedo a D. e a V. se gli va di andarli a sentire. Sono molto incuriosito, avevo ascoltato qualcosa nell’ultimo anno e volevo vedere com’erano, anche solo per quel pezzo, “King”, che in qualche modo – tra supermecati e altro, non ricordo se quest’anno o quello prima o l’anno ancora prima – conoscevo inaspettatamente a memoria. Ci prendiamo un’altra birra con il solito giochetto del gettone e ci mettiamo sotto un albero ad ascoltarli. Per quanto posso essere incuriosito, fa troppo caldo per stare lì in mezzo sotto al sole. E sarà appunto il caldo, un po’ di stanchezza che inizia a farsi sentire, il cinese mangiato poco prima, l’insieme di tutto questo, ma sento i muscoli iniziare a rilassarsi e trovo gli Years & Yars piacevoli. Una sorta di boyband mascherata da gruppo indie con qualche sprazzo di The XX.

Dopo un altro po’ di chiacchiere e di silenzi, con D. e V. decidiamo di andare a vedere qualche altra zona. Ci incamminiamo verso un lato che non abbiamo ancora esplorato, e ci troviamo nel bel mezzo del concerto di Tujamo. 40, 45 gradi al sole, un caldo insopportabile, un numero spropositato di persone che ballano – o fanno quelle mosse con cui il corpo ondeggia dal basso verso l’alto (o dall’alto verso il basso), adeguando anche un certo movimento delle braccia/mani, assecondando il ritmo della techno dance che sta uscendo con prepotenza dalle casse del palco – che non è propriamente ballare, ma non è neanche qualcosa che possa essere definito come non-ballare. Provo una grandissima invidia per tutti loro che non si fermano di fronte all’evidente difficoltà dettata dalle condizioni climatiche e che stanno lì, si muovono, ridono, sembrano felici.

Finiamo in un mini circo dove si può giocare ai classici giochi da fiera rivisti in chiave no challenge – prova a colpire con una pallina leggerissima dei barattoli e a buttarli giù; metti alla prova i tuoi riflessi cercando di schiacciare con un martello delle delle noci lasciate cadere giù lungo un tubo da un hipster con pantaloni alla zuava; cerca di fare canestro in un cesto di vimini con una pallina ricamata pazientemente a mano. Non paghi per giocare e non vinci nulla se vinci. Giochi solo per il gusto di giocare. Giuro che sono stranito da questa cosa – gioco comunque per vincere, altrimenti che gioco a fare? –, ma mi piace. Fuori dal mini circo c’è una piccola struttura ottagonale, dove su ognuno dei lati c’è un disegno e su ogni disegno ci sono uno o più fori ovali dove puoi infilare la testa e poter essere così un orso, un domatore di leoni, un funambolo. Passiamo un po’ di tempo a farci foto e a bere birra, ci divertiamo.

Per quanto la birra tedesca sia leggera, l’alcol inizia a salire. Abbiamo praticamente nello stesso momento un attacco di fame alcolica incontrollabile – il mix di alcol+quantità non definita di posti dove mangiare, la possibilità di poter scegliere in continuazione cosa mangiare, la diversità di cibo che puoi scegliere, il fatto che essendo in vacanza uno si senta mentalmente più libero di eccedere,  sono input che arrivano e che non riesci a gestire completamente.

Ci ritroviamo così in un chioschetto che vende cibo uruguaiano: sul menu ci sono quattro piatti in tutto, li ordiniamo – sono come dei mega ravioloni al forno pieni di carne o verdure.

Finalmente sazi, ci accorgiamo che manca poco al concerto di James Blake. Il sole inizia la sua parabola discendente. Guardando il palco, ci appostiamo leggermente defilati sulla sinistra. C’è già molta gente, ma si può stare senza alcun problema. Il tempo di un’altra birra e Blake sale sul palco.

Sono in tre, come sempre. Lui si apposta seduto dietro alle tastiere. James Blake è bravo, su questo penso si possa dire poco. Ma per quanto mi siano piaciuti tutti e tre i suoi album, trovo nel suo approccio alla musica un limite nettissimo: va a toccare sempre le stesse corde, usa sempre lo stesso tipo di linguaggio e parla sempre allo stesso interlocutore che si trova sempre con la stessa identica predisposizione d’animo. E vederlo dal vivo non fa che confermarmi questa sensazione. Ha suonato dieci pezzi andando a pescare da James Blake, Overgrown e Colour In Anything. Tutto il suo repertorio. E per quanto pezzi come “Limit To Your Love”, “Timeless”, “Retrograde”, “The Wilhelm Scream” siano oggettivamente dei gran bei pezzi, è inevitabile che a un certo punto arrivi la noia. Il pubblico comunque apprezza, lui fa molta tenerezza quando dice che quelli che suoneranno tra poco renderanno questa serata ancora più incredibile. Il sole scompare dietro gli alberi. James Blake lascia il palco.

 

Passiamo mezz’ora a chiacchierare. Vado a prendere una birra per tutti e tre e andando mi accorgo di quanta gente stia arrivando. Cerco di non schiacciare nessuna mano e nessun piede. Il ritorno con tre birre in mano è complesso, ma ce la faccio. La gente inizia ad ammassarsi, inizia a spingere, a cercare di sfruttare qualsiasi spazio non occupato da altre persone per arrivare chissà dove.

Non è il primo concerto dei Radiohead che vado a vedere e posso dire senza dubbi una cosa: i concerti dei Radiohead fanno schifo. Le persone si accalcano, ti spingono, ti tirano addosso la birra, parlano, non cantano – o cantano solo per alcune canzoni –, e quando lo fanno lo fanno in maniera sguaiata, sono coinvolte non perché i Radiohead stanno suonando, ma perché loro si trovano, sono presenti a un concerto dei Radiohead – la differenza tra le due cose è abissale. Almeno questo è quello che ho sempre provato. La situazione infatti inizia a essere ingestibile e mancano ancora diversi minuti all’inizio del concerto. Con D. e V. decidiamo di spostarci un po’ più indietro.

Troviamo un buon posto e aspettiamo. Mi rendo conto che il concerto sta per iniziare, e per quanto da quando ho preso i biglietti a ora è stato un continuo «Tanto è un festival, ci sarà una scaletta da festival, quindi niente sorprese», ora è semplicemente «Stanno per suonare i Radiohead». Me ne rendo conto, sono contento.

L’apertura è sempre la stessa: “Burn The Witch”, “Daydreaming”, “Decks Dark”, “Desert Island Disk”, “Ful Stop”. Salvo in pochi casi, durante questo tour le prime sono sempre state queste, in quest’ordine, cosa che mi ha sempre un po’ intristito. “Burn The Witch” è inascoltabile dal vivo. Si capisce già dai video su Youtube. L’assenza  dell’orchestra dell’album non riesce a essere sopperita dalle distorsioni di Thom Yorke e Ed O’Brian e dall’archetto di Johnny Greenwood sulle corde della chitarra – ne esce una specie di surrogato di “Planet Telex” vent’anni dopo.

Il concerto vero e proprio inizia da “Daydreaming”, eseguita alla perfezione. In un silenzio sacro. No, c’è qualcosa che non mi torna. In realtà qualcuno sta parlando. Di fronte a me c’è una coppia. Due spagnoli. Si baciano, si toccano. Giuro, questo non è un problema. Amatevi pure durante i concerti. Il problema è che quando non si baciano e non si toccano, parlano. Parlano ad alta voce. Continuano a parlare anche su “Decks Desk”, quanto Colin Greenwood sbaglia un paio di note e Yorke si gira come per dire «Colin, ma che stai facendo?» (Però che roba quando Johnny entra con la chitarra nell’outro). Parlano ancora, lui si muove in modo osceno, completamente fuori tempo, fuori contesto, fuori dal buon gusto. “Desert Island Disk” è una piacevolissima sorpresa. In A Moon Shaped Pool forse è uno dei pezzi che esce meno, ma dal vivo gira che è una meraviglia. Parte “Ful Stop” e D. è a mille. Mi guarda e inizia a battere le mani. Yorke si esibisce in uno dei suoi balletti sgraziati da pazzo in un brano che suona come un’intepretazione inglese nel 2016 del Kraut Rock. E i due spagnoli continuano a parlare. Guardo V. e anche lei non sa che fare, la cosa prende dei connotati piuttosto imbarazzanti. Da un po’ di tempo Greenwood ha cambiato il tipo di pennata sull’arpreggio di “2+2=5”, D. mi dice che non gli piace, io gli dico che concordo, non so perché ma non ho il coraggio di dirgli che invece a me piace. Su “Lotus Flower” i due spagnoli esagerano, ma non me la sento di dirgli nulla. Li odio, li odio fortemente, ma non voglio alterare nulla. Si è creato uno strano equilibrio che attinge anche dall’odio che nutro nei loro confronti. Yorke sta cantando molto bene, è in forma, si vede che gli va di stare lì. Dopo il falsetto di “Reckoner”, il primo classicone, “No Surprises”. I cellulari che fino a quel momento erano stati tirati fuori da pochissime persone, ora illuminano quasi interamente il pubblico. Addirittura lo spagnolo sta registrando con il suo iPhone. “Bloom”, “Identikit”, “The Numbers”. Nella prima la combo Phil+Clive alla batteria sprigiona una prepotenza ritmica incredibile. “Identikit” dal vivo è molto più rock con i power chord di Ed, e “The Numbers” sembra venga suonata con meno cuore: il finale, che è forse l’obiettivo principale del pezzo, viene velocizzato ed eseguito senza il pathos necessario. Con “Burn The witch”, la peggiore.

I due spagnoli hanno parlato tutto il tempo, non so cosa fare. Contemporaneamente, di fronte a me, due tizi che mi danno almeno quindici centimetri, hanno deciso di chiacchierare di non so cosa. Quindi la mia visuale è un pezzo di palco che ha come confini i profili imperfetti di questi due. Fortunatamente, però, tra una cosa e l’altra, si spostano leggermente verso destra e non ho più problemi. Da qui fino alla prima pausa: “The Gloaming” – quelle luci da palco verdi che sono solo le luci di “The Gloaming”, e il basso inserito nelle versioni dal vivo che è la fine del mondo –, il piano sincopato di “Everything In Its Right Place” a cui hanno legato “Idioteque”, “Bodysnatcher” che è il pezzo più rock dai tempi di The Bends, e dal vivo si vede ancora di più,  che sprigiona una forza che ha il suo acme nel cambio strutturale  in cui Ed entra con l’ebow. Ed eccoci a “Street Spirit (Fade Out)”, il pubblico canta,  i due spagnoli continuano a fare quello che hanno fatto per tutto il concerto, ma non mi interessa più. Siamo alla prima pausa.

Si riprende. Appena capisco che stanno per suonare “Let Down”, mi giro verso D. e gli dico che ora vado a correre sul serio nudo per Alexander Platz. “Let Down” è un pezzo che aspettavo da sempre, l’hanno riproposta quest’anno dopo dieci anni di assenza, sta nel mio personale Olimpo dei Radiohead, mi commuovo mentre Yorke canta in crescendo «You know where you are with». Sono talmente su di giri che non mi accorgo che i due spagnoli se ne sono andati. In qualche modo, la fine di una mini-era.

“The Present Tense” è semplicemente la riconferma che solo i Radiohead potevano prendere quello che Yorke suonava da solo al Latitude 2009, sdrammatizzarlo, ficcarci dentro la samba e renderlo ancora più potente. Un pezzo di gran classe. D. è fuori di sè. Altro classicone: “Paranoid Android”. Nessuna sbavatura. Il pubblico canta «Rain down on me» all’unisono. La sacralità, questa volta totale, con cui viene accolta “Nude” dal pubblico è da brividi – nonostante Colin si inceppi un paio di volte – e l’intreccio di chitarre in “Arpeggi/Weird Fishes”, ci portano alla seconda pausa. Mi giro verso D. e V. e gli dico che tanto ora chiudono con “Creep” e “Karma Police” . Perché è un festival e perché il pubblico dei festival si aspetta determinate cose.

Nonostante faccia la parte dell’intransigente, dell’anti canzoni che conoscono tutti e che tutti cantano, dell’anti-festival nonostante mi trovi a un festival, quando risalgono sul palco per chiudere una giornata incredibile e suonano sul serio “Creep” e “Karma Police”, mi sento davvero in pace con il mondo.

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