“L’arte di sparire”
di Jenny Downham

Il nuovo romanzo dell’autrice di “Voglio vivere prima di morire”

di / 13 marzo 2017

Ho sempre avuto un’insana passione per i “romanzi ammalati”, e L’arte di sparire di Jenny Downham (Bompiani, 2016, traduzione di Sara Reggiani) è un romanzo ammalato. Una passione insana, appunto. Perché l’emisfero cagionevole è molto più ospitale di quello in salute. Almeno per me. E se, nel borbottio corrosivo del quotidiano, s’affaccia lui, il morbo, il male fatto sintomo e poi diagnosi, la storia è costretta a trasfigurarsi, ad assumere un corso sconnesso e alluvionato dove tutto balbetta una lingua straniera. Dove il corpo rotola con ciò che contiene. E in una macabra intima classifica, la forma di decadenza che m’irretisce ancora con troppa ferocia è quella legata alla mente. Laddove, si sa, esistono i giorni e le notti e il nostro modo di confezionarli. Nei faldoni invisibili di ciò che ci struttura, i meccanismi atomici alla base del saluto, del respiro, del giudizio e del sorriso. Così, quando la fortezza viene intaccata, prima perdendo una briciola e poi le braccia e poi anche l’aria, l’effetto sismico è del tutto indelebile.

Mi sono ubriacata d’oblio. Leggendo Alice Munro, Lisa Genova, Arno Geiger, (potente e poco conosciuto con Il re nel suo esilio), Donatella di Pietrantonio, Kyung-Sook Shin e dovunque la latitudine della dimenticanza suona sempre come una stanza scollata, distonica fino alla nausea. La dimenticanza come legge, come fiera dittatura della trama. Perciò, quando sono incappata in L’arte di sparire annusavo già l’inevitabile. La collisione e l’onda d’urto.

È una vicenda femminile, un trittico di donne con i capelli rossi e il cuore in fiamme. Nella vita di Caroline, calibrata al millimetro, disseminata di contrappesi per ogni sbilanciamento (compreso un figlio con necessità speciali), dopo una separazione che comunque l’ha lasciata in piedi, piomba Mary, anziana scarmigliata con le frasi impazzite che all’improvviso, dopo la morte del suo compagno, è un’ombra randagia senza indirizzo. Quella donna è sua madre, ma non sa riconoscerla. O meglio entrambe non riescono a farlo. Perché Mary abbandonò sua figlia per i primi nove anni e poi andò a reclamarla, quando ormai era già segnata da tutte altre impronte. Quelle di sua zia che credeva mamma.

E l’impatto sbottona la faglia. Per Caroline Mary non è proprio niente. E Mary non sa niente. Non sa più di quel fiume sfilato tra loro. Non sa di sua sorella e di quanto le ha impedito. Non sa perché la mente si annuvola, insabbia tracce, visi, nodi. Vede solo una donna scavata che si dice sua figlia, ma è troppo più vecchia di quella bimba con le ciocche di rame.

A mediare nella terra di conflitto, quasi d’istinto provvede Katie, terzo anello adolescente. Diciassette anni, in pieno naufragio. Anche Katie non sa. Cosa vuole, chi riesce ad amare. Brancola dentro il suo bosco. Si scopre attratta da ciò che non dovrebbe, che potrebbe relegarla su un bordo invisibile. E poi farsi bocca e poi precipizio.

Non è facile quindi cominciare a trovarsi, quando intorno il paese sta rimuovendo i cartelli, con il padre migrato in un’altra famiglia, una madre che sbraita e nasconde e una nonna sbucata dal nero che smarrisce ogni giorno brandelli di sé. Sono tre disperse, ognuna con le zampe affondate nel mistero delle altre. Nei propri non detti e non riemersi. Ed è in questa partitura in cerca di un accordo comune che la memoria diventa esigenza, cibo primario, proteina e collante.

Ritracciare un cordone, come fa Katie con il passato di sua nonna, trapuntando il muro di foto e di nomi. Perché siamo fatti di questo. Piccole perle difformi messe in fila ogni giorno. E rimuovere, per volontà o per disagio, può sembrare un’arte, ma non è mai una soluzione. Così, quando la mente si sgretola e i concetti si appannano tanto da diventare impronunciabili, interviene più forte il senso dell’altro, la presenza/reperto, l’atto di esserci come specchio del bisogno. A impedirci si sparire.

E la storia, che sembra inceppata come l’impulso stesso di rievocare, può riattivarsi, inaspettatamente e con nuove direzioni. Qui la freschezza di Katie, la sua anagrafica distanza dal dolore che ha infilzato madre e nonna, la purifica dall’odio e le offre un filtro grazie a cui riosservare il suo ruolo di figlia. Ricalibrando pretese e delusioni. Comprendendo che la verità è solo una scheggia, di un vaso che a ciascuno appare diverso. Il tutto raccontato dall’autrice inglese con una semplicità puntuale e ficcante, già evidente in Voglio vivere prima di morire (Bompiani, 2008).

Una lingua rapida e spigliata, sempre credibile ma non scontata, soprattutto negli scambi diretti. Lo sfarinarsi di Mary: «Era accaduto qualcosa di un’importanza vitale e le stava sfuggendo come un pesce scivoloso. No, non come un pesce, più come un pezzo di frutta sciroppata in fondo a una ciotola, che non si lasciava prendere con il cucchiaio»; i chiaroscuri tra Katie e sua madre: «La sua dolcezza era svanita. Era come vedere qualcuno uscire di casa a prendere il sole e rientrare dopo un secondo sbattendo la porta».

L’arte di sparire è stato quindi un ennesimo spioncino, una fessura illuminata sull’ineluttabile sfrangiarsi delle cose, esseri umani annessi. Basico e attraversante. Ottimo per la mia sindrome di lettrice patologica. Sempre a caccia di nuovi disagi.

 

(Jenny Downham, L’arte di sparire, trad. di Sara Reggiani, Bompiani, 2016, pp. 439, euro 19)
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LA CRITICA

Jenny Downham ritorna con un romanzo essenziale e profondo, semplice come puo’ essere un dramma ordinario, ma denso di risorse come le opportunità sgorgate dagli ostacoli.

VOTO

8/10

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