Il lavoro frammentato

“La gente per bene” di Francesco Dezio

di / 2 maggio 2018

Copertina di “La gente per bene”

La letteratura industriale vive una storia sotterranea: quando pensi sia sparita si coagula in nuove formazioni, produce ennesime filiazioni. È il caso di Andrea Cisi con La piena e Francesco Dezio con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, opere che ci ricordano come i modi di produzione su cui si regge il capitalismo siano tutt’altro che liquidati. Ma nell’epoca della terziarizzazione il mondo del lavoro diventa atomizzato, sfuggente, materia ancora più difficile da afferrare. La letteratura che tratta il tema si trasforma in storia psicologica, più attenta agli effetti che il lavoro ha sul lavoratore. Giorgio Falco nel recente Ipotesi di una sconfitta dimostra che è possibile narrare la progressiva erosione cognitiva dell’impiegato soggetto allo stress dell’ordine aziendale, allo stesso modo Vitalino Trevisan in Works riesce a ridare dignità letteraria a un tema tanto bistrattato, riportandolo ai fasti della penna di Paolo Volponi.

Narrare il lavoro è difficile perché spesso implica maneggiare conoscenze non sempre alla portata dell’umanista. Pochi sono i narratori che si arrischiano in territori estranei, e che lo fanno con l’ambizione di riprodurne l’ontologia. Di qualche anno fa è stato il caso più ambizioso a livello nazionale – quel Resistere non serve a niente in cui Walter Siti si proponeva di raccontare la sfera della finanza; oggi Siti ci riprova con un saggio acutissimo – Pagare o non pagare – in cui si sintetizza il declino economico del nostro Paese, nonché l’isterilimento del mercato del lavoro.

Un’altra caratteristica di questo tipo di letteratura è la componente fortemente regionale: le aziende o i capannoni, gli uffici o gli istituti in cui il lavoratore svolge la propria mansione sono radicati in un tessuto produttivo ben preciso, rispondono a un determinato immaginario che non è esente da coloriture legate al territorio. Falco e Trevisan narrano il Nord che si fa vanto di essere il traino del Paese, più difficile raccontare un Sud in cui il mercato del lavoro è atomizzato. Francesco Dezio in Nicola Rubino aveva già ricreato il microcosmo dei capannoni nei non-luoghi del nord barese, attraverso la scansione spaziale e temporale dei ritmi di fabbrica era riuscito a riportare le caratteristiche di un polo industriale fortemente connotato. L’operazione di Dezio è una sorta di carotaggio: lo strato più esterno rimanda al luogo preciso – per questo è infarcito di espressioni dialettali. Dagli strati interni della narrazione si desume la condizione del lavoratore, dunque della catena di montaggio – reale e ideologica – in cui è costretto a inserirsi, ne viene fuori l’ideologia nazionale, la condizione assoluta del salariato nel capitale.

Nel nuovo La gente per bene (TerraRossa Edizioni, 2018) si compie il passo successivo: sono passati anni dal precedente romanzo di Dezio, la precarietà è esplosa in una serie di bolle che rimandano a diversi modi di approcciarsi al mondo del lavoro. Nella penna di Dezio si attua una sorta di romanzo di formazione del lavoratore, reso velatamente nei termini dell’autofiction – giacché il protagonista ha lo stesso nome dell’autore. Dezio affronta gli anni dell’apprendistato, il rapporto fra scuola e aziende, i primi lavori sottopagati, l’epica dei capannoni sperduti alle periferie delle cittadine pugliesi. E poi c’è l’inabissarsi nel lavoro nero, l’inevitabile terziarizzazione, l’avvento della nuova retorica del self made man digitale. La bravura di Dezio sta nel far convivere forme antichissime di sfruttamento con nuove forme economiche ibride. Nel mezzo c’è la crisi del sistema, Dezio racconta la crisi del settore manifatturiero attraverso il crollo di un’azienda di tappezzeria, infine dà conto della disoccupazione, e dei mille palliativi del nostro precariato esistenziale in cui «passi il tempo così, ti lasci per strada la vita così, a inviare via mail il curriculum».

Indubbiamente il lavoro di Dezio è prezioso, perché narra una terra che necessita di un immaginario per raccontarsi, e lo fa trattando un aspetto scivoloso, erroneamente ritenuto di scarso appeal – davvero un paradosso, giacché di fatto interessa tutti. Lo stile di Dezio è ricco, multiforme, capace di mutare dal tono tragico al colloquiale, di sporcarsi con espressioni dialettali e aprirsi a descrizioni dal tono epico, senza dimenticare l’ironia che serve per alleggerire i passi più densi. Per questo salutiamo un’opera ragionata, che delimita uno spazio quotidiano e ci arriva in modo genuino, nella fratellanza del precariato.

(Francesco Dezio, La gente per bene, TerraRossa Edizioni, 2018, pp. 214, 15 euro)
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LA CRITICA

Il mercato del lavoro narrato con stile genuino e barocco, capace di abbracciare le molteplici sfumature del precariato. La storia del Meridione in perenne disequilibrio.

VOTO

7/10

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